Quando il Padre disse “No” a Gesù. La preghiera nell’orto degli ulivi

INTRODUZIONE
La liturgia della Parola di questa domenica così importante per tutta la cristianità, è davvero molto ricca e per evitare di perderci nel mare di personaggi, eventi, narrazioni e simboli, preferiamo concentrarci su un aspetto particolare del racconto della passione di Cristo: il suo affidamento al Padre in uno dei momenti più drammatici della sua esperienza terrena, quello del monte degli ulivi. Leggiamo:

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Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione» (Lc 22,39-46).

Come abbiamo avuto modo di approfondire nei nostri precedenti approfondimenti sul Vangelo secondo Luca (vedi link in basso), il grande viaggio di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme (Lc 9,51-18,14), era contrassegnato dalla consapevolezza che lì avrebbe dovuto affrontare l’incomprensione, la persecuzione e la morte da parte del potere religioso (ma non solo) della sua epoca.

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La prova, il confronto e persino la persecuzione e la morte, non hanno mai spaventato Gesù. Egli, infatti, non temette di rivelare ai discepoli quello che sarebbe accaduto nella città santa:

Poi prese con sé i Dodici e disse loro: “Ecco, noi saliamo a Gerusalemme, e si compirà tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo: verrà infatti consegnato ai pagani, verrà deriso e insultato, lo copriranno di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà” (Lc 18,31-33).

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L’IMPORTANZA DELLA VOLONTÀ DIVINA
Riuscire a fare la volontà di Dio non è mai scontato, per questo ogni cristiano chiede lumi a tal riguardo, almeno una volta alla settimana, durante la Santa Messa, quando pregando il Padre nostro dice: «Sia fatta la tua volontà» (vedi approfondimento al Padre nostro, nel link in basso). Egli lo prospetta come un augurio, una buona notizia, ma allo stesso tempo si impegna perché questa volontà di Dio si realizzi non solo nella sua epoca, nel mondo e nella società in cui vive, ma si incarni anche nella sua stessa esistenza; diventi concreta e visibile nelle scelte della sua quotidianità.

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La volontà del Padre fu anche una delle priorità di Gesù. Lo rivela appena dodicenne a Maria e Giuseppe che, disperati, lo cercavano in ogni angolo buio di Gerusalemme:

Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” (Lc 2,46-49)

Secondo l’affermazione di Gesù, così come riportata dall’evangelista Matteo, dall’adesione alla volontà del Padre sorge la figliolanza divina che ci unisce come Chiesa e ci radica in Cristo:

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Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli (Mt 7,21).

Dall’evangelista Giovanni, comprendiamo anche quanto importante fosse per Gesù fare la volontà del Padre, tanto da costituire per lui un alimento indispensabile. Essa è per lui il criterio di autenticità di tutta la sua predicazione, ciò che ne ha motivato l’incarnazione e la missione,

Gesù disse loro: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera (Gv 4,34).

Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 5,30).

Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 6,38).

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LA PREGHIERA DI GESÙ NELL’ORTO DEGLI ULIVI
È solo a partire dalla comprensione della centralità della volontà del Padre per la vita di Gesù, che possiamo meglio cogliere l’importanza della sua preghiera nell’orto degli ulivi e la sua applicazione straordinaria per la nostra vita cristiana.
La scena raccontata dall’evangelista Luca è quanto mai suggestiva: è notte, Gesù come al solito si apparta per pregare (approfondisci col link in basso), ma questa è una notte differente. Lui lo sa bene, poco prima aveva annunciato del tradimento di uno di loro. Lo stanno venendo ad arrestare, il tempo a disposizione è ormai poco. I suoi amici più intimi sono a pochi metri da lui, non capiscono o forse faticano a farlo. Non gli resta che il Padre, il compagno di viaggio di tutta una vita, lui sì che può consolarlo, dargli la forza di cui abbisogna per affrontare questo momento così difficile.

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Il suo cuore è in tumulto, tutta la sua vita, probabilmente, gli passa dinanzi con i suoi successi e i suoi fallimenti, con i tanti volti incontrati, persone che hanno accolto il suo messaggio e hanno cambiato vita, coloro che hanno beneficato di una sua guarigione, i posseduti liberati e diventati suoi missionari, gli scribi e i farisei, gli avversari di sempre, e poi loro: i suoi amati discepoli. Il suo pensiero è sempre per loro. Come un Maestro, gli dà una traccia, un motivo per riflettere, qualcosa per cui è necessario ancora crescere, pregare:

«Pregate, per non entrare in tentazione»

Poi, per una quantità di tempo indefinibile, il silenzio, ci sono solo lui e il Padre. Crollato in ginocchio, supplica:

 Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! 

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Cosa fare adesso, quando tutto diventa troppo difficile, incredibilmente complicato? Qual è la cosa giusta da fare: continuare a predicare, guarire, liberare, redimere? O affrontare la passione? Il calice è amaro, chi non ne resterebbe spaventato, terrorizzato? Chi mai affronterebbe la passione a cuor leggero?
Gesù fu uomo, mai un superuomo. Dopotutto la seconda Persona della Santissima Trinità, decise di rivelarsi al mondo non scendendo dal cielo circonfuso della gloria della sua divinità, ma incarnandosi, facendosi uomo e scegliendo per sé una famiglia anonima, piuttosto povera e che non abitava nemmeno nella centralissima metropoli di Gerusalemme, ma ai confini, geografici e culturali, di Israele, in quella regione semipagana che era la Galilea delle genti.

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«Padre, è troppo grande il peso di quello che sta per succedere», sembra dire il Nazareno solitario tra le fronde di quegli ulivi che a malapena facevano passare qualche timido fascio di luce dalla sfera lunare.
Quanto allenamento interiore devono essere costate le parole con le quali Gesù ha terminato la sua preghiera:

 Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà. 

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Quest’ultima frase non è sbocciata dal nulla, non è una richiesta mielosa e melensa buttata lì quasi per caso. Tutt’altro, essa proviene dall’importanza della volontà del Padre che Gesù ha dato lungo tutto il corso della sua esistenza. Il momento è duro, cruciale, pesante. Spaventa – e chi non ne resterebbe terrorizzato? –, ma quello che è più importante non è quello che io vorrei, ma la sua volontà. Per questo Gesù è venuto e di essa si è nutrito negli anni della sua vita. Essa è stata la colonna portante di tutto il suo insegnamento, parte integrante del suo credo che ha trasmesso ai discepoli, invitandoli a pregare chiedendo che la sola cosa che conti, la volontà del Padre, si realizzi qui ed ora, per sempre.

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IL SILENZIO DEL PADRE
All’accorata, implorante e supplichevole preghiera del Cristo, sembra che a rispondere ci sia solo il silenzio. Il volere del Padre è l’arresto, la passione, la croce, la morte infamante. Non si può fuggire da essa.
Dio sembra chiuso nell’impenetrabilità di un mistero sconvolgente, forse finanche troppo intransigente. Sembra… appunto. In realtà non è così. Se da un lato non possiamo sapere come si sia svolto il dialogo tra Gesù e il Padre, dall’alto l’evangelista annota un aspetto che è tutt’altro che trascurabile:

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Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo

La presenza dell’angelo che si affianca al Figlio per consolarlo, rivela la premura di un Padre che non lascia mai soli i suoi figli nel momento della lotta, della prova, della croce. L’approssimarsi di quell’angelo che molto spesso nella Sacra Scrittura è rivelazione della stessa presenza di Dio, ci dice che Gesù non sarà solo ad affrontare tutto quello che accadrà da lì a qualche istante.

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Quando Gesù si rialzerà da quel momento di preghiera così intensa, non sarà più lo stesso. Nulla più lo spaventerà, né il tradimento vigliacco di Giuda, che lo indica come il Cristo dandogli il bacio tipico dei discepoli al maestro (vedi link in basso), né l’arresto e quella farsa di processo nel cuore della notte, né il faccia a faccia con Pilato ed Erode. Nulla, nulla più fermerà Gesù. Nemmeno le cadute sotto il peso della croce, nonostante il corpo martoriato delle frustate, degli schiaffi, degli spunti e della corona spinata.

Tutto viene ricontestualizzato, a tutto viene dato il giusto nome, il giusto peso. Ora, nessuno oserà imporgli la croce sulle spalle, sarà lui a prenderla, abbracciarla, condurla sul Golgota e da lì inchiodato perdonare i suoi crocifissori e morire anche per i suoi delatori.
Sì, dopo la preghiera sofferente di Gesù al monte degli ulivi, possiamo vedere il suo aspetto più ieratico, il volto di un uomo che ha messo da parte quell’umanità fragile per far emergere tutta la sua divinità.

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COSA HA A CHE VEDERE TUTTO QUESTO CON NOI?
Spesso capita anche a boi cristiani del terzo millennio, sentirci soggiogati dalla croce, dalle prove della vita. Arriva anche per noi, credenti o meno, il momento in cui siamo chiamati a riconoscerci imperfetti, fragili, limitati. Il momento in cui deponiamo la maschera del super eroe, ma riconoscerci semplici Peter Parker, uomini comuni che hanno vissuto nella menzogna di poter essere immortali. Ed è lì dove scopriamo di essere davvero soli, quel momento lo dobbiamo necessariamente vivere così: c’è da elaborarlo, capirlo, comprenderlo e, alla fine, accoglierlo perché altrimenti non si può fare.

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Quando alla fine ci si scopre impotenti e soli, non ci resta che ammettere che di una sola persona abbiamo bisogno: Dio. A lui come Cristo sul monte, non resta che chiedere: «Passi da me questo calice. Toglimelo, liberami». Ma nel frattempo, nell’attesa di un miracolo incerto, bisogna imparare ad accoglierlo. Forse Dio potrà sembrare poco interessato al nostro dolore, alla paura di affrontare una croce, insensibile alle nostre preghiere. Forse… o forse non saremo sufficientemente capaci di vedere che ci sarà anche per noi un angelo che ci darà la forza, il coraggio e la consolazione necessaria per andare avanti.

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La capacità di superare questo momento, però, sarà direttamente proporzionale nel modo in cui avremo vissuto la nostra intimità con Dio. Se avremo, cioè, l’animo allenato a fare la volontà di Dio, a camminare nella grazia di una vera vita cristiana, riusciremo ad affrontare la crisi con un animo diverso, rasserenato. A imitazione di Cristo, soprattutto, potremo riuscire persino a dare un senso a quella croce e dire insieme a lui:

 Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà. 

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Ma non solo. Dalla dolore di Cristo, dalle sue umiliazioni e persino dalla sua risurrezione, impariamo una lezione importante: ogni dolore se abbracciato cristianamente può essere portatore di redenzione per noi e per il prossimo. Se Cristo con la sua croce ha salvato il mondo, perché non posso fare anche io lo stesso? Come fare? Basta non ribellarsi alla croce, saperla accoglierla, offrire i nostri patimenti a Dio per la conversione delle anime. Questo, dopotutto, è quello che la Vergine Maria ha chiesto ai veggenti a Lourdes e Fatima: la possibilità di unirsi ai patimenti di Cristo, per farsi con lui alleati nell’opera redentrice del mondo.

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Dopotutto, quando Gesù invitava i suoi discepoli ad essere sale e luce del mondo (Cfr. Mt 5,13-16; vedi approfondimento al link in basso), non chiedeva proprio questo: dare senso a tutta la loro esistenza, con le loro gioie e i loro patimenti?

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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