Pregare in quaresima. Opportunità gioiose di un tempo di grazia

INTRODUZIONE: LA PREGHIERA IN SÉ
La preghiera è un atto di comunicazione tra l’individuo e il divino, che può essere eseguito in varie forme e modalità, in base alla cultura, alla religione e alla spiritualità a cui appartiene la persona. In generale, essa è un mezzo per esprimere la propria gratitudine, le proprie preoccupazioni, i propri desideri e le proprie speranze a un essere superiore, che può essere considerato come un dio, una divinità, un ente spirituale o un’energia cosmica.
La preghiera può assumere diverse forme, come ad esempio quella meditativa, quella contemplativa, quella di supplica o quella di ringraziamento. In ogni caso, è necessario che sia accompagnata da un atteggiamento di umiltà, rispetto e fede, che riflette la propria relazione con il divino e con il mondo circostante.

Le preghiere possono essere indirizzate a un’ampia gamma di figure spirituali, a seconda delle credenze religiose dell’individuo. Ad esempio, alcune religioni monoteistiche come il cristianesimo, l’islam e l’ebraismo si rivolgono a un unico Dio, mentre altre religioni come l’induismo e il buddhismo prevedono l’esistenza di molte divinità e figure spirituali.
Inoltre, la preghiera può essere effettuata in diversi luoghi e contesti, come ad esempio in una chiesa, una moschea, un tempio, una sinagoga o a casa propria. A seconda del contesto, la preghiera può essere individuale o collettiva, guidata da un sacerdote o da un membro della comunità religiosa.
In sintesi, si tratta di un atto di comunicazione spirituale che permette all’individuo – al di là del suo contesto sociale, religioso e storico – di esprimere la propria fede, la propria gratitudine e le proprie richieste al divino. Per questa ragione, può assumere forme e modalità diverse a seconda delle credenze e della cultura dell’individuo, ma rappresenta sempre un momento di riflessione e connessione con il mondo spirituale.

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L’UNICITÀ DELLA PREGHIERA CRISTIANA
La preghiera cristiana si distingue per alcune specificità rispetto alla preghiera di altre religioni e spiritualità.
In primo luogo questa è indirizzata a un Dio Uno e Trino, ovvero il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo. Questa dottrina della Trinità è un elemento distintivo della fede cristiana e la preghiera rivolta a queste tre Persone rappresenta un’invocazione alla presenza divina in modo completo e armonico.
In secondo luogo, è caratterizzata da una grande importanza data alla preghiera del Padre Nostro, insegnata da Gesù ai suoi discepoli (Cfr. Lc 11,1-4; approfondisci questo tema ai link in basso). Questa preghiera, che inizia con “Padre nostro che sei nei cieli”, contiene elementi fondamentali della fede cristiana, come l’invocazione alla volontà di Dio, il perdono reciproco e la richiesta di protezione e di aiuto nelle tentazioni.

In terzo luogo, la preghiera cristiana è spesso accompagnata dall’uso di formule liturgiche, che sono preghiere scritte e consacrate dall’autorità religiosa della Chiesa. Queste formule hanno lo scopo di guidare la preghiera dei fedeli in modo coerente e corretto, e di mantenere una continuità nella preghiera attraverso il tempo e lo spazio.
In quarto luogo, essa si identifica in un atto di adorazione, di ringraziamento, di supplica e di intercessione. Permette, infatti, ai fedeli di esprimere la loro devozione, la loro gratitudine e le loro richieste a Dio, ma anche di pregare per gli altri, per le persone amate come per i nemici (Cfr. Mt 5,38-48; vedi link in basso), per la comunità, per il mondo intero e per i bisogni del mondo.

In quinto luogo, la preghiera cristiana è caratterizzata dalla fede nella grazia e nella misericordia di Dio, che è capace di perdonare i peccati, di guarire le ferite, di sostenere nei momenti difficili e di indicare la via verso la salvezza eterna (vedi link in basso).

La preghiera cristiana rappresenta, dunque, un momento fondamentale della vita spirituale dei battezzati, attraverso cui è possibile entrare in comunione non solo con Dio, ma anche, e soprattutto con gli altri, ricordando quegli inviti di Gesù:

Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono (Mt 5,23-24).

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,43-45).

I FRUTTI PIÙ IMPORTANTI DELLA PREGHIERA CRISTIANA
Senza volerci disperdere in questo tema così importante, ci limitiamo a offrire una sintesi di quei benefici – non solo spirituali, ma anche sociali, fisici, morali e psicologici – che un un credente in preghiera può godere.
1. Rafforzamento della relazione con Dio. Essa, infatti, permette di entrare in comunione con il nostro Signore, di parlare con lui, di ascoltare la sua voce (attraverso un costante e affettuoso ricorso alle Scritture) e di approfondire la conoscenza della sua volontà. Questo non solo servirà per migliorare la qualità del nostro rapporto con lui, ma ci aiuterà a riconoscere i segni della sua Provvidenza nella nostra quotidianità, crescendo nella fiducia.
2. Pace interiore. La preghiera cristiana permette di lasciare alle spalle le preoccupazioni e le ansie, per trovare la pace e la serenità interiore che solo Dio può donare.

3. Guida e discernimento. Dal comprendere la volontà di Dio, sarà più facile discernere circa le scelte della nostra vita quotidiana, quelle che sono più conformi al Vangelo per un’esistenza segnata dalla bellezza relazionale, teologica e sociale.
4. Crescita spirituale. Nella misura in cui alleneremo il nostro spirito in questa relazione affettuosa con il nostro Dio, potremo notare un certo allenamento della nostra anima, la quale, rafforzata e sostenuta dalla vita orante e sacramentale, ci permetterà di superare con maggiore serenità le tentazioni; rafforzando così la nostra fede, nella speranza e nella carità.
5. Guarigione interiore. Negli ultimi anni, grazie a un particolare rinnovamento teologico e spirituale della Chiesa, nell’accoglienza delle direttive del Concilio Vaticano II e il fiorire di nuove realtà ecclesiali, si è riscoperto il valore curativo-spirituale della preghiera. Essa infatti può aiutarci nel superare le ferite interiori, le paure, le insicurezze e le delusioni, grazie all’amore misericordioso di Dio (nel link in alto, abbiamo riportato alcune di queste preghiere).
6. Solidarietà con gli altri. Poiché appunto la nostra relazione con Dio resta sterile, infruttuosa, o ipocrita volendo usare le parole stesse di Gesù (Cfr. Mt 6,5-6; vedi link in basso), se non conducono a una revisione dei nostri rapporti sociali, la preghiera cristiana, se vissuta con sincerità di cuore, permette di crescere nella solidarietà fraterna , aprendo il cuore all’amore per il prossimo e all’intercessione per le necessità degli altri.

In sintesi, i frutti della preghiera cristiana possono essere molteplici e profondi, in quanto essa permette di entrare in relazione con Dio e di essere trasformati dal suo amore e dalla sua grazia.

LA PREGHIERA DELL’ANTICO ISRAELE
La preghiera nell’Antico Testamento è un tema ricorrente che si sviluppa in diversi libri della Bibbia e che assume molte forme diverse. In questo contesto, la preghiera può essere considerata come l’espressione di un rapporto personale tra il popolo e il Dio dell’Alleanza.
Una delle prime preghiere registrate nell’Antico Testamento si trova nel libro della Genesi, dove Abramo intercede presso Dio per la salvezza di Sodoma e Gomorra (Cfr. Gen 18,16-33). Qui la preghiera è vista come un’azione che può influenzare la volontà divina, che in questo caso decide di risparmiare la città se ci sono almeno dieci giusti.
Il libro dei Salmi rappresenta una raccolta di preghiere di lode, supplica e ringraziamento, che spesso si ispirano alla figura del re Davide e alla sua esperienza di vita. I salmi esprimono la fede del popolo di Israele e la sua dipendenza da Dio, che viene invocato come aiuto e protezione in ogni situazione.

Il libro di Esodo riporta l’esperienza della preghiera comunitaria nel deserto, dove il popolo invoca il nome del Signore per ottenere liberazione e salvezza (Es 14,10-31). Qui la preghiera diventa l’espressione di una fiducia totale in Dio, che con la sua potenza può intervenire in ogni circostanza e garantire la vittoria sulle avversità.
Il libro di Giona rappresenta un caso particolare di preghiera, dove il profeta invoca il perdono di Dio per il popolo nemico di Ninive, dopo aver ricevuto l’ordine divino di predicare la sua distruzione (Gn 3,1-10). Qui la preghiera è vista come l’atto di mediazione tra Dio e gli uomini, che può portare alla conversione e alla riconciliazione.
Inoltre, l’Antico Testamento registra anche preghiere di lamentazione, come quelle presenti nel libro di Geremia, dove il profeta invoca la misericordia di Dio davanti alla distruzione di Gerusalemme e del tempio (Ger 14,1-22). Queste preghiere esprimono il dolore del popolo di fronte alla sofferenza e alla perdita, ma allo stesso tempo riconoscono la potenza e la bontà di Dio.
In sintesi, la preghiera nell’Antico Testamento rappresenta un aspetto centrale della vita spirituale del popolo di Israele, che si esprime in molte forme diverse. La preghiera diventa l’espressione della dipendenza da Dio, della fiducia nella sua provvidenza e della speranza nella sua salvezza.

L’INSEGNAMENTO DI GESÙ
Per il Nazareno la preghiera era tutt’altro qualcosa di facoltativo: una realtà alla quale dedicarsi quando si aveva il tempo necessario. Al contrario. Come abbiamo dimostrato in uno dei nostri articoli, quello in cui l’evangelista Marco delineava la giornata tipo di Gesù (Cfr. Mc 1,29-39), la preghiera per lui, il suo rapporto illuminante e affettuoso col Padre, occupava un posto di primaria importanza nella sua vita. In quell’occasione avemmo modo di affermare:

Poiché non gli era concesso prendersi del tempo in altri momenti della giornata a motivo della predicazione, degli incontri con la gente, le guarigioni e le liberazioni, dedica al suo incontro col Padre le primizie della giornata, le prime ore del nuovo giorno, quando ancora il sole deve spuntare. Infatti abbiamo letto:

Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui, si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni

Gesù non si lascia risucchiare da un attivismo efficace, ma dà ad ogni cosa il giusto peso. Per quanto potesse essere bello farsi accogliere a casa delle persone, e per quanto si potesse rivelare appagante liberare e guarire la gente, riconosce che il primato del suo tempo è da dedicare alla preghiera: è da essa che provengono tutti suoi insegnamenti e i suoi prodigi, non il contrario.

Gesù, infatti, non solo insegnava ai suoi discepoli l’importanza della preghiera, ma li incoraggiava anche a praticarla costantemente. Il Vangelo di Luca ci presenta Gesù come un uomo di preghiera, che trascorreva intere notti in orazione e che si ritirava spesso in luoghi isolati per pregare da solo. Frutto di questa preghiera notturna è la nomina stessa degli apostoli. Leggiamo infatti nel sesto capitolo del Vangelo secondo Luca:

In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore (Lc 6,12-16).

Ma non solo. La preghiera più rappresentativa di tutto il cristianesimo, è quella che lui insegnò ai suoi discepoli, quella del Padre Nostro, quale modello per pregare e modalità più efficace per entrare in comunione con Dio.
Inoltre, Gesù incoraggiava i suoi discepoli a pregare con costanza e perseveranza, come ci viene raccontato nel Vangelo di Luca con la parabola del giudice iniquo e della vedova che lo importuna (Cfr. Lc 18,1-8; approfondisci al link in basso). Qui il Nazareno insegna ai cristiani di tutte le epoche, l’importanza della preghiera perseverante e della fiducia nella provvidenza divina.

Ma la preghiera di Gesù non si limitava solo alla comunicazione con il Padre celeste, ma includeva anche la cura per gli altri e il perdono reciproco. In particolare, Gesù ci ha insegnato a pregare per i nostri nemici, per coloro che ci perseguitano e ci maltrattano, come ci viene raccontato nel Vangelo secondo Matteo:

Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano (Mt 5,44).

Inoltre, la sua preghiera era sempre accompagnata dall’obbedienza alla volontà del Padre, come ci viene raccontato nell’episodio dell’agonia nel Getsemani. Qui Gesù prega intensamente, chiedendo che il calice della sofferenza gli sia tolto, ma alla fine si sottomette alla volontà del Padre, dicendo:

Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà (Lc 22,42)

In sintesi, la preghiera di Gesù rappresenta un modello per la preghiera cristiana, caratterizzata dalla costanza, dalla perseveranza, dalla fiducia nella provvidenza divina e dall’amore verso il prossimo. Egli ci insegna a pregare con umiltà e obbedienza, e a mettere sempre la volontà di Dio al centro della nostra vita.

LA GRANDEZZA DELLA PREGHIERA SECONDO L’INTUIZIONE DI SAN PAOLO
Negli scritti dell’apostolo di Tarso , la preghiera assume un ruolo centrale, non solo come pratica personale ma anche come fondamento della vita comunitaria e della missione apostolica.
Innanzitutto, San Paolo ci insegna che la preghiera è un mezzo per entrare in comunione con Dio e per ricevere la sua grazia. Nelle sue lettere, egli incoraggia i cristiani a pregare costantemente e a chiedere il sostegno divino per affrontare le difficoltà e le tentazioni della vita. Leggendo infatti, alcuni dei suoi passaggi, è possibile notare il suo invito a pregare ininterrottamente, tale che la relazione con Dio intessi tutta la vita del credente, fondando persino la loro letizia di fronte alle difficoltà della vita e dell’annuncio cristiano.:

In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi (Ef 6,18).

Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie (Col 4,2).

Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, (1Ts 5,16-17)

Inoltre, San Paolo ci ricorda che la preghiera non deve essere una pratica egoistica, ma deve essere indirizzata anche agli altri. Egli infatti chiede spesso alle comunità cristiane di pregare l’una per l’altra e di intercedere presso Dio per coloro che sono in difficoltà. Leggiamo infatti tanto nella seconda lettera ai Tessalonicesi, come in quella ai Colossesi

Per il resto, fratelli, pregate per noi, perché la parola del Signore corra e sia glorificata, come lo è anche tra voi (2Ts 3,1)

Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Cristo. Per questo mi trovo in prigione (Col 4,3).

Ma la preghiera non è solo una pratica personale o comunitaria, ma anche una dimensione fondamentale della missione apostolica. San Paolo infatti, nei suoi scritti, sottolinea l’importanza della preghiera nell’annuncio del Vangelo e nella diffusione della fede cristiana. Egli incoraggia i cristiani a pregare per la diffusione del Vangelo e a chiedere il sostegno divino nella loro missione apostolica. Leggiamo infatti:

E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare (Ef 6,19-20).

Perseverate nella preghiera e vegliate in essa, rendendo grazie. Pregate anche per noi, perché Dio ci apra la porta della Parola per annunciare il mistero di Cristo. Per questo mi trovo in prigione, affinché possa farlo conoscere, parlandone come devo (Col 4,2-4)

Inoltre, la preghiera è vista dall’apostolo come una pratica che unisce i credenti in Cristo, superando le divisioni e le barriere culturali. Egli invita i cristiani a pregare insieme, indipendentemente dalle loro differenze etniche, sociali o culturali, affermando che:

Non c’è più Giudeo né Greco, non c’è più schiavo né libero, non c’è più uomo né donna, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù (Gal 3,28).

Infine, San Paolo ci insegna che la preghiera deve essere sempre accompagnata dall’azione concreta e dalla testimonianza cristiana. Egli ci invita a pregare non solo con le parole, ma anche con i gesti, come ad esempio con la condivisione dei beni materiali con i più bisognosi. Leggiamo infatti tanto nella lettera ai Filippesi come nella seconda lettera ai Corinzi:

Non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti (Fil 4,6).

Tenete presente questo: chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà. Ciascuno dia secondo quanto ha deciso nel suo cuore, non con tristezza né per forza, perché Dio ama chi dona con gioia. Del resto, Dio ha potere di far abbondare in voi ogni grazia perché, avendo sempre il necessario in tutto, possiate compiere generosamente tutte le opere di bene. Sta scritto infatti:
Ha largheggiato, ha dato ai poveri,
la sua giustizia dura in eterno
.
Colui che dà il seme al seminatore e il pane per il nutrimento, darà e moltiplicherà anche la vostra semente e farà crescere i frutti della vostra giustizia. Così sarete ricchi per ogni generosità, la quale farà salire a Dio l’inno di ringraziamento per mezzo nostro (2Cor 9,6-11).

In sintesi, la preghiera negli scritti di San Paolo rappresenta un fondamento della vita cristiana, sia a livello personale che comunitario. Egli ci insegna che la preghiera deve essere accompagnata dall’azione concreta e dalla testimonianza cristiana, e che deve essere un mezzo per unire i credenti in Cristo e per diffondere il Vangelo del Regno di Dio.

Mantenere attivo un blog, comporta delle spese, purtroppo non è gratuito. Sostieni gioiacondivisa.com e la divulgazione della gioia della Parola di Dio. Farlo è semplice: basta una piccola donazione cliccando qui, o sul bottoncino a sinistra. Sii estensione di quella Provvidenza di cui abbiamo bisogno per continuare.

I PADRI DELLA CHIESA: TEOLOGI SANTI DELLA PRIMA CRISTIANITÀ
Parliamo adesso dei primi scrittori cristiani, vissuti nei primi secoli del cristianesimo, che hanno contribuito alla formazione della dottrina e della pratica cristiana. La loro riflessione sulla preghiera è molto importante per comprendere la storia e la teologia della preghiera nella tradizione cristiana.
Uno dei principali insegnamenti dei Padri della Chiesa sulla preghiera è che essa è uno strumento per l’unione con Dio. Essi infatti sottolineano l’importanza di una preghiera che sia autentica e sincera, che esprima la propria fede e il proprio desiderio di avvicinarsi a Dio. In particolare, Sant’Agostino sostiene che la preghiera è un dialogo tra l’uomo e Dio, che consente all’uomo di esprimere le proprie paure, le proprie speranze e le proprie difficoltà, e di ricevere il conforto e la grazia di Dio.
I Padri della Chiesa vedono la preghiera come un’esperienza che coinvolge l’intera persona, non solo la mente ma anche il corpo e lo spirito. Essi infatti sottolineano l’importanza del silenzio, della meditazione e della contemplazione, che consentono all’uomo di entrare in comunione con Dio e di sperimentare la sua presenza nella propria vita.
La preghiera, quindi, viene compresa come un mezzo per la santificazione e la crescita spirituale. Essi sostengono che la preghiera aiuta l’uomo a superare le tentazioni, a crescere nella fede e nell’amore di Dio, e a vivere in conformità alla volontà divina. In particolare, Sant’Ignazio di Antiochia afferma che la preghiera è la chiave della vita spirituale, e che attraverso di essa l’uomo può accedere alla grazia e alla salvezza.
Infine, i Padri della Chiesa vedono la preghiera come un’esperienza comunitaria, che unisce i credenti nella fede e nella comunione. Essi infatti incoraggiano i cristiani a pregare insieme, a condividere le proprie preghiere e a intercedere gli uni per gli altri. In particolare, San Giovanni Crisostomo afferma che la preghiera comunitaria è più efficace di quella individuale, perché unisce i credenti nella fede e nella carità.
In sintesi, gli insegnamenti dei Padri della Chiesa sulla preghiera sottolineano l’importanza della preghiera come mezzo per l’unione con Dio, per la crescita spirituale e per la comunione tra i credenti. Essi vedono la preghiera come un’esperienza che coinvolge l’intera persona, che richiede silenzio, meditazione e contemplazione, e che deve essere autentica e sincera.

LA DIMENSIONE CONTEMPLATIVA DELLA PREGHIERA CARMELITANA
La dimensione orante della vita del credente, assume tratti tipici, distintivi, per il carmelitano, in quanto costituisce il cuore del carisma contemplativo di questo plurisecolare Ordine religioso, insieme alla fraternità e al servizio alla Chiesa.
Certamente la Regola del Carmelo, redatta nel XII dal patriarca di Gerusalemme, S. Alberto, e donata all’eterogeneo gruppo di eremiti che vivevano sull’omonimo monte d’Israele, invita a una preghiera continua, secondo quell’intuizione paolina che abbiamo visto poco prima. In essa infatti i carmelitani sono esortati con queste parole:

Rimangano soli nelle proprie celle o presso di esse meditando giorno e notte nella legge del Signore e vigilanti nelle orazioni a meno che non siano occupati in altre giuste occasioni.

Regola del Carmelo, n. 10.

La preghiera carmelitana ha le sue radici nella vita eremitica di quegli uomini (penitenti, laici, ex crociati e forse anche qualche presbitero) che vivevano solitariamente sulle pendici del Monte Carmelo, dedicandosi alla preghiera, alla meditazione e alla contemplazione. La loro preghiera era caratterizzata da una grande semplicità e da una profonda intimità con Dio. Questa tradizione di preghiera eremitica è stata trasmessa ai carmelitani successivi, che l’hanno sviluppata ulteriormente.
Sicuramente colei che ha maggiormente sistematizzato il tema della preghiera, è Santa Teresa d’Ávila. Maestra di orazione per i carmelitani da diverse generazioni, nella sua autobiografia afferma:

L’orazione, a mio parere, non è altro che un intimo rapporto di amicizia, nel quale ci si trattiene spesso da solo a solo con quel Dio da cui ci si sa amati

Teresa d’Avila, Libro della vita, 8,5

La preghiera, secondo Santa Teresa, è il mezzo attraverso cui l’anima si unisce a Dio e diventa sempre più simile a Lui, tanto che a un certo punto fa esperienza di come davanti a lei i demoni fuggissero. Leggiamo così alcuni capitoli dopo, sempre nella stessa sua opera sopracitata:

E davvero mi parve ch’essi mi temessero, perché io rimasi tranquilla e talmente priva di timore nei loro riguardi che scomparvero totalmente le paure che mi solevano tormentare, e anche se alcune volte li vedevo come dirò in seguito, non solo quasi non ne avevo più paura, ma mi sembrava che i demoni l’avessero di me. Mi rimase un tale dominio su di essi, dono certamente del Signore di noi tutti, da non dar loro ormai più importanza che se fossero mosche. Mi sembra che siano così codardi che, vedendosi disprezzati, restano senza forza. Tali nemici non sanno attaccare di fronte se non coloro che vedono pronti ad arrendersi, o quando Dio permette che tentino e tormentino i suoi servi per il maggior bene di questi. Piacesse a Sua Maestà che temessimo ciò che dobbiamo temere e capissimo che può venirci maggior danno da un peccato veniale che da tutto l’inferno messo assieme, perché è proprio così.

Teresa d’Avila, Libro della vita, 25,20

Non pretendendo di fare un excursus esaustivo di questo tema così importante, ci limitiamo a citare anche un altro mistico carmelitano che alla preghiera ha dedicato gran parte delle sue attenzioni. Parliamo di San Giovanni della Croce. Per lui, infatti, la preghiera è un’esperienza di unione con Dio, che richiede una profonda purificazione dell’anima. Solo attraverso la purificazione e la mortificazione delle passioni, l’anima può raggiungere l’unione con Dio. Da qui, dunque, le sue tre opere principali che sorgono come esplicazioni di altrettante poesie dal forte carattere mistico, che consegnava ad alcune monache che dirigeva spiritualmente nel Carmelo di Ávila. Le opere sono: Salita al monte Carmelo, Cantico spirituale e Fiamma d’amor viva.

Per noi carmelitani, dunque, la preghiera non è una domanda a Dio, ma la risposta dell’uomo che si scopre infinitamente amato da lui: lo loda e lo ringrazia. Per questo, in una nostra precedente catechesi, avemmo modo di chiarire come la vera  preghiera carmelitana, elemento carismatico proprio dell’Ordine, sia frutto di un’anima contemplativa che apra alla fraternità, nel servizio e nella carità. Dicemmo, infatti, in quel contesto:

Quando la preghiera è vera, questa diventa sempre missionaria, va oltre quello che a me serve oggi, va oltre il mio semplice rapporto con Dio, ma si estende alle necessità di tutta l’umanità. E vedete questo paradosso così utile, la Chiesa vuole così tanto da noi che ha scelto una giovane monaca di clausura vissuta in un piccolo paesello francese, come patrona dei missionari: Teresa di Lisieux. Cosa fece questa donna, tra l’altro molto giovane (morta all’età di 24 anni), per diventare patrona delle missioni? Se ne prese cura, pregò per esse e dove possibile sosteneva i giovani missionari facendo loro da guida spirituale.

LA QUARESIMA E LA PREGHIERA
Il tempo liturgico, inaugurato dal mercoledì delle ceneri, è un periodo di speciale grazia dell’anno del cristiano. Questo tempo è dedicato alla riflessione e alla penitenza, in preparazione alla celebrazione della morte e risurrezione di Gesù Cristo. In questo contesto, la preghiera ricopre un ruolo particolarmente importante, in quanto aiuta i cristiani a concentrarsi sul loro rapporto con Dio e a chiedere perdono per i propri peccati.
Vissuto in questo periodo penitenziale, essa diventa uno strumento importante per mettere in pratica quel desiderio di santificazione, insito nel cuore di ogni credente, unito al necessario discernimento circa il senso della propria esistenza. In questo senso essa diventa strumento privilegiato capace di aiutare i cristiani a riconoscere i propri errori, a chiedere perdono per i propri peccati e ad accettare la grazia di Dio per migliorarsi.
Non è un caso che durante la Quaresima, molte comunità cristiane, come singoli fedeli, scelgono di impegnarsi in pratiche di preghiera più intense. Basti pensare a quella pia pratica dalla meditazione alla passione, morte e risurrezione di Cristo, quale è la Via Crucis o la meditazione approfondita dei misteri dolorosi del Santo Rosario.
La preghiera può essere particolarmente efficace durante la Quaresima perché aiuta a creare uno spazio di silenzio e di intimità con Dio, concedendo all’uomo di fede di liberarsi dalle distrazioni del mondo e a concentrarsi sulla loro vita spirituale (da qui il titolo di un nostro precedente articolo: “La quaresima come un cammino di ritorno a casa”).

In questo senso la Quaresima può aiutare a sviluppare una maggiore consapevolezza delle proprie priorità e dei propri valori, che possono essere incorporati nella propria vita spirituale.

STORIA E TEOLOGIA DELLA VIA CRUCIS
La Via Crucis, nota anche come Stazioni della Croce, è una delle pie pratiche più popolari all’interno della Chiesa Cattolica. Si tratta di una forma di preghiera che rievoca il cammino di Gesù dalla condanna alla morte fino alla sepoltura attraverso una serie di quattordici stazioni che rappresentano momenti specifici della sua passione.
La sua storia ha radici antiche, risalenti al pellegrinaggio dei cristiani a Gerusalemme, dove visitavano i luoghi sacri della passione di Cristo. Tuttavia, la forma attuale della Via Crucis si è sviluppata nel XVI secolo, quando i frati cappuccini crearono una serie di stazioni nella chiesa di San Francesco ad Assisi. La pratica si diffuse rapidamente in tutta Europa e fu ufficialmente approvata dalla Chiesa cattolica nel 1731.
La teologia della Via Crucis si concentra sulla meditazione sulla passione di Cristo e sulle implicazioni del suo sacrificio per l’umanità. Ogni stazione della croce si concentra su un momento specifico della passione di Cristo, come la condanna a morte, la caduta, la flagellazione e la crocifissione. La meditazione su queste stazioni aiuta i fedeli a comprendere la portata del sacrificio di Cristo per l’umanità e a riflettere sulla loro relazione con Dio.

Ma non solo. La meditazione sulle stazioni della croce aiuta i fedeli a comprendere che la sofferenza può essere un’opportunità per crescere spiritualmente e di avvicinarsi a Dio. La passione di Cristo è stata un’esperienza di sofferenza e dolore, ma anche di speranza e di salvezza. La Via Crucis aiuta i fedeli a trovare conforto in Dio in tempi di difficoltà e a rafforzare la loro fede.
La pratica della Via Crucis è importante anche perché aiuta i fedeli a collegare la loro fede con la realtà della sofferenza e della morte umana. Attraverso la meditazione sulle stazioni della croce, i fedeli possono comprendere il significato del sacrificio di Cristo e trovare la forza di affrontare le sfide della loro vita, glorificando la propria croce (cioè rendendola strumento di salvezza) a imitazione di Cristo (al riguardo abbiamo dedicato alcuni articoli per approfondirlo. Rimandiamo per questo ai link in basso).

A MÒ DI CONCLUSIONE. LA QUARESIMA E LA GIOIA
La Quaresima è tradizionalmente considerata un periodo di digiuno, penitenza e privazione, spesso associato a sentimenti di tristezza e dolore. Il problema è che, in quanto tempo di grazia, essa non può essere in nessun modo associata alla tristezza, innanzitutto perché tutta la fede cristiana è intrisa di gioia, tanto da identificarsi con essa. A questo tema abbiamo dedicato una serie di articoli, che è possibile raggiungere cliccando sul link in basso.

La gioia che scaturisce da questo tempo liturgico, deriva dalla consapevolezza della misericordia di Dio e della sua presenza nella nostra vita. Durante questo periodo, infatti, i fedeli sono chiamati a concentrarsi sulla propria relazione con Dio, a confessare i propri peccati e ad avvicinarsi a Lui attraverso la preghiera e la penitenza.
La gioia spirituale deriva dalla consapevolezza del perdono dei peccati e della redenzione attraverso la morte e la risurrezione di Cristo. La Quaresima ci ricorda che il dolore e la sofferenza che Cristo ha sopportato sulla croce hanno portato alla salvezza dell’umanità e ci invitano a condividere in questa salvezza. Questa è la fonte inesauribile della gioia cristiana che sgorga dal petto squarciato del Cristo appeso alla croce, dalla quale non possiamo presumere per non diventare la caricatura di noi stessi.
Non possiamo non sottolineare l’importanza del tema della gioia nel magistero di Papa Francesco. Egli, infatti, brillantemente ha sottolineato nella sua esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” (dalla cui spinta è nato questo blog):

Ci sono cristiani che sembrano avere uno stile di Quaresima senza Pasqua. Però riconosco che la gioia non si vive allo stesso modo in tutte la tappe e circostanze della vita, a volte molto dure. Si adatta e si trasforma, e sempre rimane almeno come uno spiraglio di luce che nasce dalla certezza personale di essere infinitamente amato, al di là di tutto. Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie

Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 6


Di conseguenza, per lo stesso Papa, non può esserci vera esperienza cristiana, e men che meno annuncio evangelizzatore, senza questa gioia di Dio donata a noi immeritatamente. Per questo apre così la sua esortazione apostolica:

La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni.

Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 1

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Fame della Parola di Dio?
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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

4 pensieri riguardo “Pregare in quaresima. Opportunità gioiose di un tempo di grazia

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