L’attualità della trasfigurazione di Gesù per la vita del cristiano nel tempo di Quaresima

II domenica di Quaresima – anno A

Gen 12,1-4a; Sal 32; 2 Tm 1,8b-10; Mt 17,1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

PASSIONE E RISURREZIONE, INTIMAMENTE CONNESSI
A metà del tempo di Quaresima, la liturgia della Parola ci fa prendere come una sosta, ci distoglie da Cristo con le sue tentazioni nel deserto e ci proietta sul Tabor: luogo della anticipazione della sua gloria.
Questo perché non si può scindere la Passione del Signore, la sua morte infamante di croce, dalla sua gloria e risurrezione. La prima è per la seconda; nella prima, vi è già la seconda, e viceversa – vedasi le piaghe che il Risorto conserva in sé e mostra ai discepoli (Cfr. Gv 20,24-29)–.

Deserto e Tabor, poi, sono i due poli della vita del cristiano. Viviamo il tempo della nostra vita come un deserto, con le sue difficoltà, tentazioni e prove; eppure dobbiamo tener sempre puntato lo sguardo sulla meta finale che dona senso a tutto il nostro cammino esistenziale. Sarà proprio sguardo carico di speranza e di fiducia che ci darà la forza di affrontare con coraggio e perseveranza la vita in tutti i suoi momenti.

COSA ERA AVVENUTO POCO PRIMA?
Come stiamo vedendo nel corso dei nostri approfondimenti biblici, il contesto nel quale riconoscere e collocare un qualsiasi brano biblico, ricopre un ruolo importantissimo per la sua comprensione e interpretazione: tutto è collegato, tutto è conseguenza di qualcos’altro accaduto prima, tutto ha un messaggio ben preciso che va compreso sia in senso stretto (quello che dice propriamente il brano), che in quello più ampio nel quale il testo è inserito.
In questo caso vediamo come la salita al Tabor sia preceduto da alcuni avvenimenti molto importanti: il riconoscimento della vera identità di Gesù, con la confessione di Pietro (Cfr. Mt 16,13-20), l’annuncio della Passione del Signore con il conseguente rifiuto dello stesso apostolo, poco prima lodato e ora appellato come Satana (Cfr. Mt 16,21-23; approfondisci al link in basso).

Nonostante la durezza dei cuori dei discepoli, il Maestro di Nazaret con grande pazienza e premura, si prende cura di loro e della loro fede, concedendo a tre di essi di fare una particolare esperienza della sua gloria, così che una volta disceso lo Spirito Santo, possano ricordare e comprendere pienamente tutti i suoi insegnamenti e le sue opere.

LASCIARSI AFFERRARE E CONDURRE
Soffermiamoci per un momento sui primi due verbi usati dall’evangelista in questo brano.

In quel tempo, Gesù PRESE con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li CONDUSSE in disparte, su un alto monte

Sottolineiamo questi due verbi perché indica due azioni concrete di Gesù sui discepoli, che sono molto attuali per noi soprattutto in questo tempo di Quaresima. Come i tre apostoli, abbiamo bisogno anche noi di lasciarci afferrare da Cristo, cedere a lui il timone della nostra vita, lasciando che ci conduca dove lui voglia, senza alcuna pretesa di sapere dove vorrà portarci.
Al di là di tutto il Nazareno sta ammettendo Pietro, Giacomo e Giovanni, a una situazione di maggiore intimità con lui: in disparte, appunto.
Già di per sé, dunque, questo solo versetto del brano evangelico di domenica deve servirci come programma personale e spirituale di Quaresima: un cammino fatto in compagnia di Gesù, anche se può costare fatica perché è in salita, su un monte; ma godendo della sua presenza e intimità nella preghiera che a tutto dà senso, tutto rende bello e gioioso. Dopotutto non potremo fare esperienza di una vera e profonda presenza di Cristo in noi nel disperdimento e nel rumore: abbiamo bisogno di spazi di silenzio e raccoglimento per questa intimità.

COSA SI INTENDE PER TRASFIGURAZIONE?
Una volta raggiunti la cima del monte, Gesù viene trasfigurato.

E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.

Leggendo bene il testo, è possibile renderci conto che per trasfigurazione non si intende una sorta di trasformazione di Gesù: i suoi connotati, infatti, non cambiano. Egli resta quello che è, ma ancor di più i discepoli possono cogliere la pienezza della sua identità: dapprima percepita nella sua sola umanità, ma ora nella sua completezza gloriosa di vero Dio e vero uomo.
Anche questo, che potrebbe sembrare riguardare il solo Figlio di Dio, ha una forte incidenza per la nostra vita cristiana. Alla luce della gloria divina, Gesù rivela pienamente il mistero della sua persona. Ma questo riguarda anche ognuno di noi. Dio ci conosce molto meglio di noi stessi. Mettendoci di fronte al lui con sentimenti di adorazione e umiltà, cadono tutte le nostre maschere e i nostri meccanismi di difesa, rivelandoci davvero chi siamo e quanto valiamo, per quanto il mondo non possa che pretendere sempre più da noi, e per quanto alcuni non possano che rinfacciarci i nostri fallimenti e le nostre lacune. Dice il Salmista:

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È in te la sorgente della vita,
alla tua luce vediamo la luce (Sal 36,10).

Io ti rendo grazie:
hai fatto di me una meraviglia stupenda;
meravigliose sono le tue opere,
le riconosce pienamente l’anima mia (Sal 139,14).

Quest’ulteriore prospettiva, se accolta con sincerità e senza doppiezza d’animo, inevitabilmente ci apre all’altro, al riconoscimento della dignità di ogni vita umana, e quindi alla fraternità e alla riconciliazione.

MOSÈ ED ELIA
Una volta trasfigurato, i discepoli possono rendersi conto che Gesù non è più da solo, ma due grandi personaggi della storia di Israele conversano con lui.

Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui.

Tanto il condottiero che condusse il popolo dalla schiavitù d’Egitto alla terra promessa, come il profeta di Tisbe, hanno avuto modo di incontrare faccia a faccia Dio, godendo di una rivelazione che cambiò loro la vita su di un monte: il Sinai, o Horeb, nel loro caso.
Essi simboleggiano tutta la rivelazione veterotestamentaria: il Pentateuco (ovvero i primi cinque libri della Bibbia) per Mosè, e gli scritti profetici per Elia. A loro due si unisce Gesù come colui che porta a compimento tutte le Scritture antiche, proprio come aveva affermato nel suo discorso programmatico: quello sulla montagna. Leggiamo così, infatti, nel quinto capitolo del Vangelo secondo Matteo:

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. (Mt 5,17) 

LO STUPORE DI PIETRO
Di fronte alla grandezza di questa rivelazione, Pietro stupito per la tanta bellezza, con il suo tipico slancio entusiasta prende la parola e afferma:

Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia

Perché Pietro parla di capanne? Ecco, dobbiamo innanzitutto dire che non si tratta di tende per alloggiare o dormire, ma capanne appunto. Il senso della sua affermazione lo possiamo cogliere da un dato di tipo temporale che cogliamo direttamente dal Vangelo di Matteo, ma non riportato per la lettura liturgica di questa domenica. In effetti l’evangelista afferma che tutto quello che sta per raccontare sta avvenendo in un preciso momento della vita di Israele:

Sei giorni dopo

Secondo il culto israelitico, infatti, sei giorni dopo lo yom kippur, grande liturgia penitenziale per la richiesta di perdono di Dio da parte di tutto il popolo, si celebrava la festa delle capanne. Così in un clima di grande convivialità e gioia, gli israeliti si cibavano con abbondanza tanto del cibo come della Parola di Dio.
Così le capanne che intende costruire Pietro è il desiderio di celebrare la grande gioia di questa rivelazione, di cui straordinariamente sta godendo insieme a Giacomo e Giovanni.

Diversamente da quanto una certa ideologia anticristiana non fa altro che propinarci, la fede cristiana è una fede della gioia, del godimento, di quella sana ansia d’amore, comprensione e condivisione che ci portiamo nel cuore.

LA NUBE DAL CIELO
L’apostolo quasi non riesce a finire di parlare, che un altro avvenimento ancora più straordinario accade: il Padre manifesta la sua presenza e la sua voce attraverso la nube.

Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra.

Anche in questo caso il riferimento a un particolare evento che riguardò Mosè e l’antico Israele. Leggendo, infatti, il libro dell’Esodo, è possibile notare che il Signore manifestava la sua presenza provvidente e premurosa proprio attraverso una nube che permise al popolo di rimanere al sicuro nonostante il faraone con il suo esercito lo stesse inseguendo . Leggiamo:

L’angelo di Dio, che precedeva l’accampamento d’Israele, cambiò posto e passò indietro. Anche la colonna di nube si mosse e dal davanti passò dietro. Andò a porsi tra l’accampamento degli Egiziani e quello d’Israele. La nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte; così gli uni non poterono avvicinarsi agli altri durante tutta la notte (Es 14,19-20).

La nube che copre il monte, o anche la tenda del convegno, si configura per il popolo in cammino nel deserto, come certezza della presenza premurosa di Dio che invita all’ascolto della sua parola (Cfr. Es 19,16-19; 20,18-21; 24,16-18; 33,7-11; 40,34-38).
L’aspetto interessante che dobbiamo cogliere è il paradosso delineato dall’evangelista: la nube è luminosa. Diversamente dalle altre che minacciano tuoni e saette, tormenta e grandine, questa non è minacciosa, ma espressione della tenerezza del Padre. Nella letteratura biblica, questi paradossi sono molto importanti, basti pensare a un particolare passaggio del libro dell’Apocalisse in cui dei martiri si dice che:

Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello (Ap 7,14).

LA VOCE DEL PADRE
Una volta rivelata la sua presenza premurosa, il Padre lascia che si oda la sua voce e la sua volontà:

Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

Questa teofania del Padre non è la prima: ricordiamo infatti quello che accadde nei pressi del fiume Giordano allorché Gesù ricevette il Battesimo da Giovanni:

Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Mt 3,16-17).

La novità di questa rivelazione, però, risiede nel fatto che questa volta il Padre rivolge ai tre discepoli presenti quello che si aspetta da loro, e da noi: ascoltarlo!
Ci troviamo di fronte a qualcosa di davvero fondamentale per la nostra vita di fede. Dopotutto il cristiano si riconosce proprio per questa capacità di ascolto. afferma, infatti, San Paolo nella sua lettera indirizzata ai cristiani di Roma:

La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo (Rm 10,17). 

In questo modo l’indicazione chiara e netta del Padre fatta ai discepoli , riguarda anche noi, soprattutto in questo tempo di quaresima che siamo chiamati ad incrementare la nostra preghiera soprattutto attraverso l’ascolto orante della Parola di Dio, meditando le Scritture chiedendoci in che modo ci coinvolgano e cosa Dio ci chieda, quello che intende comunicarci. Stupisce infatti la quantità di cristiani praticanti che ostentano il sapere con esattezza quello il Signore si aspetti da loro, e dalla gente tutta, senza nemmeno provare a sfogliare un vangelo soffermandosi seriamente in esso.

CON LA TESTA ALZATA E IL CUORE GIOIOSO
Secondo la mentalità dell’epoca nessuno poteva osare di guardare in volto il Signore Iddio e poi restare in vita
. Leggiamo infatti nel libro dell’Esodo:

Disse il Signore a Mosè: “Anche quanto hai detto io farò, perché hai trovato grazia ai miei occhi e ti ho conosciuto per nome”. Gli disse: “Mostrami la tua gloria!”. Rispose: “Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò far grazia farò grazia e di chi vorrò aver misericordia avrò misericordia”. Soggiunse: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo” (Es 33,17-20)

Ben lo sapevano anche i discepoli, per questa ragione, benché circonfusi dalla luce proveniente dal Cristo e dalla nube, all’udire la voce del Padre si prostrano a terra:

All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore.

Tuttavia, come abbiamo avuto modo di affermare, la presenza del Padre lungi dal dover incutere timore e spavento, si manifesta come opportunità di gioia per l’uomo. Da qui l’invito di Gesù:

Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete»

I verbi utilizzati da Gesù, interessante che siano all’imperativo, come un comando, e non a un semplice indicativo presente, letteralmente invitano tanto al risollevarsi dal suolo, visto che i discepoli erano prostrati, come al non aver fobia, terrore (Ἐγέρθητε καὶ μὴ φοβεῖσθε).
L’invito che siamo chiamati a cogliere per la nostra vita spirituale, lo traiamo dal tipo di approccio al quale Gesù ci chiama col Padre: una relazione segnata non nella sottomissione e nemmeno dalla paura della sua presenza. Se Dio è Amore (Cfr. 1Gv 4,8.16), e lo riconosciamo tale nella nostra vita, dobbiamo comportarci di maniera tale, diversamente da una certa visione riduttiva della sua identità che lo vede solo come un padre-padrone, un giudice iroso. Volto che in nessun modo concordano con il Dio cristiano.
È proprio questa bontà, questa bellezza gioiosa e premurosa del Padre, che come cristiani siamo chiamati ad accogliere, vivere e soprattutto testimoniare anche in questo tempo di quaresima che nulla ha a che vedere con la tristezza, in quanto si rivela essere sempre un tempo liturgico di grande grazia.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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