Il fuoco di Cristo sulla terra: metafora d’amore, o presagio di punizioni future?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Ho un battesimo nel quale sarò battezzato, e come sono angosciato finché non sia compiuto!
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione. D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera» (Lc 12,49-53).  

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Il fuoco sulla terra
Le parole di Gesù con le quali si aspre il brano del Vangelo di questa domenica, potrebbero farci tremare: in che senso Gesù viene a portare il fuoco? Uscendo da un periodo estivo piuttosto drammatico, per i diversi ettari di terreni distrutti a causa degli incendi in tutto il mondo, l’affermazione dal Nazareno potrebbero preoccuparci e non poco.

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Dobbiamo cercare di capire il senso di questo simbolo. Nella Bibbia il fuoco è spesso associato all’intervento divino: si pensi alla colonna di fuoco che guidò protesse gli israeliti dalla furia del faraone mentre lasciavano l’Egitto, terra in cui per secoli vissero da schiavi. Leggiamo così, infatti, nel tredicesimo libro dell’Esodo:

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Dio fece deviare il popolo per la strada del deserto verso il Mar Rosso. Gli Israeliti, armati, uscirono dalla terra d’Egitto. Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco, per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte. Di giorno la colonna di nube non si ritirava mai dalla vista del popolo, né la colonna di fuoco durante la notte (Es 13,18.21-22).

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L’esperienza del profeta Elia sul monte Carmelo fu tale che il fuoco sceso dal cielo, consumando l’offerta sacrificale, rivelò al popolo, tentato di adorare la divinità pagana Baal, che al mondo non esistesse che un solo Dio: quello di Israele (Cfr. 1Re 18).
Nel giorno di Pentecoste, lo stesso Spirito Santo si rivela alla comunità riunita come lingue di fuoco che si posarono su ciascuno di essi. Leggiamo infatti nei primi quattro versetti del secondo capitolo degli Atti degli apostoli:

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Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,1-4).

Quando Gesù, dunque, parla di un fuoco da accendere sulla terra per opera sua, non fa riferimento ad alcun incendio che non sia di tipo spirituale. Quello di cui parla è, infatti, la rivelazione chiara e inequivocabile della presenza tenera e premurosa del Padre che viene come fuoco d’amore e, allo stesso tempo, di verità per tutti. Non è un caso, infatti, che Gesù usa la stessa metafora del fuoco per indicare lo stato dei dannati:

Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile (Mc 9,43).

La salvezza che Cristo viene a portare nel mondo è per tutti, ma perché tutti ne possiamo godere è necessario un fervido impegno nel vivere la condizioni del Vangelo, secondo quanto insegnatoci da Gesù: unica Via che conduce alla Vita.

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Ardere d’amore
Ancora oggi, infatti, si associa l’amore passionale al simbolo del fuoco, si parla infatti di ardere di amore e desiderio per una persona. Nelle parole del Figlio di Dio, dunque, si rivela non solo quali siano i sentimenti di Dio per l’umanità, ma che anche l’incarnazione, morte e risurrezione di Cristo è tesa a riaccendere il cuore degli uomini all’amore verso la Trinità Santissima.

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Se facciamo attenzione, la stessa presenza del Risorto che si fa compagno di strada dei due discepoli diretti ad Emmaus, il suo spiegare le parole rivelatorie della Sacra Scrittura, riaccende i loro cuori, li torna a far ardere d’amore e speranza. Leggiamo così, infatti, nel capitolo ventiquattro del Vangelo secondo Luca:

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Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: “Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto”. Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?”. Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: “Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!”. Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane (Lc 24,28-35).

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La realizzazione del fuoco sulla terra
Altrettanto interessante è come Gesù accenderà questo fuoco sulla terra. Lo farà in prima persona:

C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!

Gesù parla di un battesimo da ricevere che attende con ansia. Qualcosa di cui è consapevole fin dagli arbori della sua missione, tant’è che così si esprime a quei due discepoli che osarono dare voce alla loro ambizione:

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Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo”. Egli disse loro: “Che cosa volete che io faccia per voi?”. Gli risposero: “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. Gesù disse loro: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?“. Gli risposero: “Lo possiamo”. E Gesù disse loro: “Il calice che io bevo anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato” (Mc 10,35-40).

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Non solo la salvezza dell’uomo combacia col sacrificio della passione, morte e risurrezione di Cristo, ma quest’ultimo è talmente unito alla volontà del Padre, alla missione che è di tutta la Santissima Trinità, che attende con ansia, ma allo stesso tempo con angoscia, questo momento.

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Dal cuore di Cristo, al nostro
L’ardente zelo di Gesù per il piano salvifico divino, non può che farci porre domande esistenziali sul nostro cammino di fede. In che modo cerchiamo di essere buoni cristiani? In che modo realizziamo il nostro discepolato? Il nostro cuore arde d’amore per la salvezza degli uomini, come quello di Gesù?

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Certamente non potrà essere allo stesso livello, spesso siamo volubili, suscettibili alle oscillazioni del tempo, delle condizioni e momenti di grande fervore si alternano a quelli di tiepidezza. Tuttavia, se dovessimo tracciare una statistica potremmo dire che siamo più tiepidi o fervidi? In che modo alimentiamo la fiammella della nostra fede, l’entusiasmo di essere veri figli di Dio?

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Domenica scorsa Gesù ha rivelato che alla fine dei nostri giorni, si aspetta che lo attenderemo con le lampade accese: in vigilanza operosa e ardente. Commentando questo passaggio, potemmo affermare:

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«Attendere l’arrivo del Signore con le lampade accese, ha una forte connotazione affettiva. Attende in piedi, vigile, una mamma che aspetta un figlio, o una moglie che conta le ore per il ritorno del giovane marito dal lavoro.
Le lampade accese, però, hanno un richiamo di tipo morale: l’olio che tiene accesa la fiammella della fede sono le buone opere e le virtù che ci sforziamo a vivere. Per questo è necessario comprendere che la fede non è mai qualcosa di automatico. Benché presente nel cuore di ogni uomo, ha bisogno di un nostro input perché si accenda e risplenda, proprio come l’energia elettrica nelle nostre case» (L’inusuale via della felicità proposta da Cristo. Per una vita mai più bloccata dalla paura).

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Il problema è che non raramente ci si rende conto di tanti cristiani nati stanchi: oppressi dal solo pensiero di affrontare la fatica di un’incomprensione, di una parola da dare, di un’esortazione al cambiamento, di una testimonianza. Cristiani dall’anima in pantofole che si fanno spingere dagli eventi, accontentandosi di una Messa alla domenica e di una confessione una volta all’anno, ma che poi di cristiano hanno davvero poco.

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Si pensa che la pace sia non-guerra e quindi per poter stare tranquilli sia meglio evitare ogni confronto, apaticamente, tollerando tutto e tutti. Questa altra non è che la pace dei cimiteri, quella dei morti, non dei vivi. Questa è la tiepidezza del cuore, quel vizio capitale che è l’accidia: l’elevazione della pigrizia fisica, spirituale, morale e cognitiva a nuova divinità da adorare. Tale divinità, subdolamente, ci viene costantemente propinata dal consumismo del tutto e subito senza smuoverci dalla poltrona.

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Se non comprendiamo che crescere, umanamente e spiritualmente, significa affrontare dei disagi, e superarli, non cresceremo mai. Se vuoi essere davvero un buon cristiano e speri di poter godere della salvezza eterna alla fine della tua vita, non puoi pensare di spendere tutte le tue giornate senza il disagio di un incontro con l’altro, senza farti profeta di Dio, costi quel che costi, come Geremia.

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Riaccendere la gioia
La provocazione che siamo chiamati a cogliere, perché il nostro entusiasmo per Dio, e per la sua volontà, torni a riaccendersi, risiede proprio nel significato della parola entusiasmo. Essa deriva dal greco ἐνϑουσιασμός (enthūsiasmós) ed è composta da un prefisso en che significa in o anche dentro, da un suffisso siasmós che significa sostanza e infine sostantivo theos che definisce Dio. Potremmo tradurre questa parola come l’essere, il permanere, nella sostanza di Dio, nella sua intimità e viceversa.

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Quello che la parola ci rivela in sé è qualcosa di tanto scontato e che talvolta perdiamo di vista: non avremo mai altra gioia se non in Dio. Potremo illuderci di trovarla nelle cose effimere della vita, ma in realtà nulla potrà mai saziare la nostra sede di eterno e di bellezza che proviene da lui.

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Ecco perché in questa nostra epoca sempre più pagana e atea, si moltiplicano i casi di depressione e disperazione: perché abbiamo abbandonato Dio e se lo cerchiamo è solo quando non abbiamo più altro rimedio, quando abbiamo visto che noi non riusciamo a trovare altre soluzioni a un problema. Questo approccio alla fede è da pagani, perché si fa di Dio non un Padre, ma un idolo a cui rivolgerci solo in determinate, ed estreme, condizioni.

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La questione della divisione operata da Cristo
Un ulteriore elemento critico del Vangelo odierno, ci viene dato dalle successive parole di Gesù:

Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. D’ora innanzi in una casa di cinque persone si divideranno tre contro due e due contro tre; padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera.

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Gesù non era l’attaccabrighe del momento, né colui il cui nome viene dal greco e significa Divisore, è il diavolo appunto. Ma cosa significa allora quest’espressione di Gesù? Significa che talvolta seguire un cammino di fede, approfondire il nostro discepolato, portare una testimonianza comporterà l’incomprensione, e persino la persecuzione, da parte di taluni.

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Gesù lo sa bene, perché lui per primo viene costantemente bersagliato e perseguitato dai suoi avversari che si uniscono alle folle solo con l’intento di denigrare la sua dottrina, arrestarlo e metterlo a tacere una volta per tutte. È consapevole che la sua sorte, sarà anche di coloro che lo accoglieranno nella propria esistenza, per questo li mette in guardia.
Accogliere la fede e fare sul serio con Cristo, dopotutto, significa imparare a nuotare contro corrente, contro il pensiero unico dominante, ma forti, consapevoli ed entusiasti che solo dall’altra parte esista la vera vita, la fonte della gioia eterna.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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