Gli avidi si dannano più che per l’attaccamento al denaro, per la chiusura al prossimo

XVIII domenica del tempo ordinario – anno C

Qo 1,2; 2,21-23; Sal 94; Col 3,1-5. 9-11; Lc 12,13-21

L’uomo di ogni tempo è alla ricerca di continue sicurezze che gli permettano di guardare con fiducia verso il futuro.  Per questo, le letture di questa domenica ci invitano a riconoscere che non è altra sicurezza al mondo, che non sia Dio. In diversi toni, tanto la prima lettura come il Salmo e persino l’insegnamento di Gesù, rivelano che per quello che ci riguarda tutto passa, solo Dio resta, come afferma appunto Santa Teresa, la mistica carmelitana di Avila.

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Prima lettura
Dal libro del Qoelet (Qo 1,2; 2,21-23)

Vanità delle vanità, dice Qoèlet,
vanità delle vanità: tutto è vanità.
Chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male.
Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità! 

L’autore biblico, ispirato da Dio, decide di mettersi alla ricerca del vero senso della vita, per questo intraprende una sorta di cammino spirituale che mette per iscritto. Per questo, ben a ragione, la sua opera può ritenersi come una sorta di diario di viaggio dell’anima.
Egli riconosce che il vero senso della vita non può risiedere nella materialità di questa nostra esistenza, per quanto belle e utili siano le sue proposte. Tutto, infatti, prima o poi finisce, si conclude, muta irrimediabilmente. Eppure, solo Dio resta. Lui è per sempre, è eterno.

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Ecco, dunque, la sua conclusione, la sua scoperta alla fine del suo cammino: tutto in questa vita è vanità, cioè vacuo, si disperde come nebbia al sole, ma solo Dio permane, immutabile, stabile ed eterno. Ragion per cui dottrina sana sarebbe puntare tutto su di lui: egli solo può rendere bella la nostra esistenza, proiettandola non nella finitudine della materialità, ma nell’eternità della sua coesistenza.
Lungo il suo percorso, l’autore biblico riconosce che l’uomo suole fare del lavoro e della sua realizzazione personale una idolatria, togliendo per esso tempo a Dio, alla famiglia, a intessere relazioni di fraternità e amicizia. Per questa ragione, egli ci invita a porre l’attenzione sull’essenziale, sulla sola cosa che conta veramente per noi: il Regno di Dio
.
Dalle parole del Qoelet, sembra riecheggiare uno degli insegnamenti più noti di Gesù:

E voi, non state a domandarvi che cosa mangerete e berrete, e non state in ansia: di tutte queste cose vanno in cerca i pagani di questo mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il suo regno, e queste cose vi saranno date in aggiunta (Lc 12,29-31)

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Salmo responsoriale
Dal Salmo 94

Tu fai ritornare l’uomo in polvere,
quando dici: «Ritornate, figli dell’uomo».
Mille anni, ai tuoi occhi,
sono come il giorno di ieri che è passato,
come un turno di veglia nella notte.
Tu li sommergi:
sono come un sogno al mattino,
come l’erba che germoglia;
al mattino fiorisce e germoglia,
alla sera è falciata e secca.
Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando?
Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore:
esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio:
rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda. 

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Della vacuità della vita umana, ne parla anche il Salmista. Egli, in questo modo, si inserisce nel solco tematico tracciato dal Qoelet, riconoscendo che l’uomo non è che di passaggio su questa terra, per quanto grande sia la sua gloria e la sua fama, alla fine non gli tocca che la stessa sorte dell’erba il cui brillio del mattino finisce ben presto e non le resta altro che essere falciata.
Per questa ragione il Salmista non chiede che una grazia al Signore: quella di non perdere mai di vista il suo essere di passaggio su questa terra, così che possa vivere una vita veramente piena e puntare tutto, e sempre, su Dio. Rileggiamo:

Insegnaci a contare i nostri giorni
e acquisteremo un cuore saggio.

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Seconda lettura
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi (Col 3,1-5. 9-11)

Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria. Fate morire dunque ciò che appartiene alla terra: impurità, immoralità, passioni, desideri cattivi e quella cupidigia che è idolatria.
Non dite menzogne gli uni agli altri: vi siete svestiti dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato.
Qui non vi è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti.

Anche l’apostolo Paolo si unisce alle esortazioni colte dagli autori dell’Antico Testamento e ci invita a puntare alle cose grandi, a quelle di Dio, e a non accontentarci della mediocrità delle cose terrene facendone un assoluto. Si tratta, in ultima analisi, di imparare a dare delle priorità nella nostra vita: cosa è davvero importante? Cosa rende davvero felici e liberi? Cosa mi proietta all’eternità della vita in Dio?
Anche in questo caso, sembra che risuoni l’eco di uno degli insegnamenti di Gesù:

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Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore (Mt 6,19-21)

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Vangelo
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 12,13-21)

In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».  

L’attaccamento ai beni terreni ci può trascinare davvero in basso e fare di noi delle caricature di uomini. È il diverbio che accade tra due fratelli a motivo di una eredità, che finisce per trascinare in campo un ignaro Messia di passaggio.

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Se pensiamo che il loro atteggiamento sia davvero da mediocri, pensiamo a quante famiglie si rompono a motivo di una eredità, ma anche a tutte quelle volte in cui pretendiamo che Dio scenda in ballo di fronte a delle situazioni in cui lui c’entra poco o niente. È la pretesa che il nostro Signore diventi un giustiziere e punisca chi ci ha fatto un torto, dimenticandoci che lui, invece, ci invita a pregare per i nemici e non a condannarli.
Nel caso dei due eredi, loro hanno fatto della morte del loro congiunto una bella notizia: possono accaparrarsi di un bottino che in nessun modo vogliono dividere. Non raramente, come in questo caso, dal cuore avaro e attaccato al denaro, nasce il desiderio di farla finita con l’altro.

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Perché Gesù non prende posizione?
C’è tuttavia una questione che non capiamo: perché il Nazareno non invita alla pace e alla divisione equa dell’eredità? Non facendosi trascinare nel fondo che i due fratelli hanno ormai toccato, impone loro di dirimere personalmente la questione, obbligandoli, per questo, al dialogo. Il loro cuore è avaro e non vede che nell’altro non un fratello, ma un possibile pericolo per le proprie ricchezze. Non prendendo posizione Gesù non è che se ne lava le mani, ma li obbliga al confronto, al guardarsi negli occhi e nel riconoscere che, prima di essere ereditieri, sono fratelli, hanno condiviso gran pare della loro esistenza e nelle loro vene scorre lo stesso sangue.

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Allo stesso modo, molte volte abbiamo la pretesa che Gesù ci tolga le castagne dal fuoco, ma ci sono situazioni nella vita che dobbiamo risolvere da soli, perché abbiamo tutti gli strumenti per farlo, dobbiamo solo smetterla di essere pigri, avari di tempo e amor proprio.
Anche nella nostra comunità si respira la stessa aria tesa: fratelli che avari d’amor proprio, pur avendo gli strumenti per dirimere le loro contese con maturità, nella pace, preferiscono fare i bambini e pretendere che Dio e gli altri diventino giustizieri e comincino a punire e a cacciare fuori persone… quanto siamo lontani dal vivere davvero il vangelo e la comunione che tra un po’ riceveremo!

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Il ricco epulone
Nella parabola che segue, Gesù ci presenta la figura di un uomo che solo apparentemente vive bene la sua vita. Le ricchezze, lo hanno isolato da tutti, perché per gli avari, per coloro che hanno fatto del denaro e del benessere una idolatria, il prossimo o è un pericolo per le sue ricchezze, o è utile solo per poter essere sfruttato per arricchirsi ancora di più.
Si tratta di un uomo così triste e solo, che ormai si è abituato a parlare tra sé e sé. Rileggiamo:

Vedete un po’ come parla: “[io] Farò così – disse –:  [io] demolirò i miei magazzini e [io] ne costruirò altri più grandi e [io] vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni”

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Un discorso piuttosto triste, pieno di “io… io….io”. Quest’uomo si illude con se stesso: un uomo solo, per quanto ricco, non è mai felice. Non si è goduto la sua vita passata perché si è impegnato solo ad accumulare  ricchezze, non vive il presente perché si è già proiettato verso il futuro: costruire un granaio più grande. Non è stato felice ieri, perché ha solo lavorato, non potrà essere felice domani perché i suoi giorni sono finiti, e non si gode nemmeno l’oggi, perché è solo, vive quel tipico isolamento che è anticipazione già dell’inferno, cioè la chiusura a ogni tipo di comunione con gli altri e con Dio.
Guardando la sua esistenza così misera e meschina, siamo chiamati anche noi a una costante revisione di vita e chiederci sempre se quello che facciamo ha una proiezione comunionale, ci permette di vivere bene l’oggi in proiezione dell’eternità comunionale con Dio, con la Chiesa e con i nostri fratelli.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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