Cambiare prospettiva. L’invito di Gesù a Nicodemo, che ci coinvolge personalmente

Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito, eppure nessuno accetta la sua testimonianza. Chi ne accetta la testimonianza, conferma che Dio è veritiero. Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio: senza misura egli dà lo Spirito.
Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa. Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui (Gv 3,31-36).

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CONTESTO
Chi ha avuto modo di meditare il vangelo in questi giorni feriali della seconda settimana di Pasqua, si sarà reso conto che la proposta di riflessione della liturgia della Parola, verte sul discorso notturno tra Gesù e Nicodemo, offerto in una lettura continuata del terzo capitolo del Vangelo secondo Giovanni.
Ci troviamo di fronte a una narrazione dal forte impatto simbolico e teologico, che vale la pena cogliere, perché per la sa profondità non vada perduta un’importante opportunità di crescita spirituale.

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CHI È NICODEMO?
L’evangelista lo dice subito: Nicodemo è un membro autorevole del sinedrio gerosolimitano, essendo uno dei capi dei Giudei (Cfr. Gv 3,1). Gesù ne riconosce l’autorevolezza teologica e spirituale, chiamandolo «Maestro d’Israele» (Gv 3,10).
Pur incuriosito dalla figura di Gesù, a motivo del ruolo all’interno della società di Gerusalemme, ha paura di compromettersi troppo con lui, per questo lo cerca con il favore delle tenebre. Si apre infatti con queste parole, il terzo capitolo del Vangelo secondo Giovanni:

Vi era tra i farisei un uomo di nome Nicodèmo, uno dei capi dei Giudei. Costui andò da Gesù, di notte, e gli disse: “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui” (Gv 3,1-2).

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Una cosa è importante sottolinearla, questo strano personaggio, che talvolta si comporta in maniera ambigua e sembra tentar di stare con due piedi in una scarpa, ricopre all’interno dell’opera giovannea, un ruolo di particolare importanza. Egli infatti compare in tutti i momenti salienti della vita di Cristo.
Dopo, infatti, il lungo dialogo notturno (che cercheremo di approfondire nel corso di questo articolo), egli compare, misteriosamente, per redimere una disputa che voleva mettere alla gogna il Messia di Nazareth prima del tempo. In quel caso, infatti, mentre Gesù è a Gerusalemme durante la festa ebraica delle Capanne e promette l’acqua viva dello Spirito Santo a chiunque crederà in lui, mentre la gente, stupita, riconosceva l’autorità del suo insegnamento e della sua persona, c’era chi voleva mettere le mani su di lui e arrestarlo. Così, misteriosamente, appare Nicodemo per sedare gli animi (Cfr. Gv 7,37-53).

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La terza e ultima volta in cui appare questo personaggio di spicco dell’epoca, è alla morte di Gesù. Egli, facendosi compagno di Giuseppe d’Arimatea che chiede il corpo del Nazareno a Pilato, per dargli una degna sepoltura, porta con sé un’ingente quantità di aromi per ungere il suo corpo (Cfr. Gv 19,38-42).
Nicodemo dunque appare in tre momenti distinti del Vangelo secondo Giovanni: all’inizio, a metà dell’opera e alla fine. Sono tre momenti cruciali per la sua vita, perché matura passo per passo il suo discepolato. Per questa ragione, in qualche modo, a livello narrativo funge come modello dell’uomo di fede che si lascia interrogare da Cristo, comprendendo che la scoperta del suo volto e della sua identità, è una scoperta graduale, un cammino interiore e, in quanto tale, graduale. Per la sua esperienza di fede, che emerge al momento della morte del Signore, ricorda un altro personaggio altrettanto peculiare, che è il centurione ai piedi della croce nel Vangelo secondo Marco:

Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39).

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IL CONTENUTO DEL DIALOGO
Poiché, dunque, diversamente dagli altri incontri, Gesù non si trova di fronte a discepoli provenienti dal mondo della pesca, o gente semplice proveniente dai diversi villaggi, ma a un uomo di un certo spessore culturale e teologico, il dialogo che intercorre tra loro è qualitativamente più elevato rispetto ai soliti a cui il lettore è abituato.

Il brano evangelico che oggi vogliamo affrontare, è strettamente legato a quello che Gesù aveva detto a Nicodemo poco prima:

«Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito».
Gli replicò Nicodèmo: «Come può accadere questo?». Gli rispose Gesù: «Tu sei maestro di Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità io ti dico: noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza. Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,7-15).

Mettendo in parallelo due delle affermazioni di Gesù a Nicodemo, cogliamo che Gesù si definisce come colui che viene dall’alto, dal Padre, appunto, ma allo stesso tempo invita anche i credenti in lui a rinascere dal luogo da dove lui è venuto:

Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito (Gv 3,7).

Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti; ma chi viene dalla terra, appartiene alla terra e parla secondo la terra (Gv 3,31).

La prima cosa che emerge è la grande generosità di tutta la Trinità, coinvolta nel dialogo di Gesù, che ammette il credente, l’uomo, alla stessa origine del Figlio. È un dato davvero importante per comprendere la teologia dell’evangelista Giovanni. Egli infatti lo aveva preannunciato già nel prologo del suo Vangelo, con parole sconcertanti se riconosciamo che sono ispirate da Dio stesso:

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A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati (Gv 1,12-13).

Abbiamo avuto modo di approfondire questi versetti in un nostro precedente articolo, in cui avemmo modo di affermare:

L’evangelista Giovanni sta rivelando qualcosa di meraviglioso: l’accoglienza di Cristo nella nostra vita (nella serietà di tutto quello che comporta di adesione e conformazione alla sua vita), sortisce in noi una nuova esistenza: veniamo rimessi al mondo, non più gestati nel grembo materno, ma in quello divino.
L’uomo, dunque, che decide di fare sul serio con Dio, e di vivere una vera conformazione a Cristo, diventa davvero figlio di Dio proprio al pari del Figlio generato nell’eternità.

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TRASFIGURARSI E TRASCENDERSI
A partire da questa prospettiva, le esortazioni di Gesù a Nicodemo, hanno tutto un altro significato e una chiara applicabilità alla nostra vita. Egli rimproverava l’originale chiusura mentale de fariseo capo dei Giudei, dicendogli:

Se vi ho parlato di cose della terra e non credete, come crederete se vi parlerò di cose del cielo? (Gv 3,12).

Credere, per Gesù, non è accogliere un’assurdità, non è eliminare la facoltà raziocinante dell’uomo (tutta la logica della rivelazione divina lo nega), ma partire dalle «cose della terra» per arrivare a quelle del cielo. Dopotutto, noi cristiani, possiamo credere a un Dio che è Padre, a tutta la Trinità, a partire dall’umanità di Cristo, dal suo insegnamento, dalla sua persona, dalla concretezze delle sue opere. Dalla terra al cielo, appunto.
L’invito è quello di non restare uomini terra-terra, ma imparare ad andare oltre, cambiare prospettiva, trascendersi come Gesù stesso ha invitato ai suoi avversari (vedi link in basso). Dopotutto, un mosaico lo si apprezza solo nella misura in cui ci si allontana da esso.

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Viviamo in un’epoca imbruttita dalla violenza gratuita, da orrori messi in atto dagli egoismi dell’uomo, tanto in ambito internazionale (guerre e pandemia), quanto a livello locale. Impoveriti da una sana cultura che favorisca l’alterità dialogante, ci imbeviamo di programmi spazzatura come talk-show o reality-show, elevando a influencer, modelli da seguire, gente dal dubbio spessore umano. Così tutto diventa un attacco personale, tutto diventa un’offesa gratuita, tutto materiale da esporre al pubblico ludibrio sui social networks. Guardando questa controcultura di cui si imbevono anche tanti cristiani, risultano profetiche le parole di Primo Levi: «Se questo è un uomo», indice di uno svilimento della umana dignità abdicata per la più coinvolgente sensazione di una litigiosità fine a se stessa.

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Da qui, quello che potremmo chiamarlo, l’urlo della Chiesa che rimbomba nelle nostre orecchie in questi giorni. Un urlo che ha il suono della stessa Parola di Dio, della stessa voce di Cristo a Nicodemo: rinascere, rinascere dall’alto, spostarsi giusto un po’ più in là, cambiare prospettiva, imparare a mettersi nei panni degli altri, cercare il punto di vista di Dio.
Un noto cantautore italiano, ha voluto esprimere questo concetto in una canzone sicuramente non molto popolare, ma certamente significativa. Parliamo di Nicolò Fabi con la sua canzone intitolata: “Io sono l’altro”, con la quale concludiamo. Egli afferma:

Io sono l’altro
Sono quello che spaventa…
Quello che il tuo stesso mare
Lo vede dalla riva opposta
Io sono tuo fratello, quello bello…
Quelli che vedi sono solo i miei vestiti
Adesso vacci a fare un giro
E poi mi dici.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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