Simeone ed Anna e la provocazione ai cristiani del III millennio

[Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore.] C’era una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui (Lc 2,36-40).

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CONTESTO
A livello narrativo, ci troviamo all’interno di quella particolare sezione del vangelo secondo Luca che è chiamata “Il vangelo dell’infanzia” (Lc 1-2), cioè in quella parte narrativa in cui vengono narrati gli eventi legati all”annunciazione e incarnazione e alla nascita e fanciullezza del Figlio di Dio.

Il brano evangelico odierno, in particolare, appartiene a una sezione ben più ampia nella quale si racconta la presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme. Infatti, lì dove a Betlemme la Santa Famiglia ha trovato una totale chiusura e inospitalità, se non da parte dei pastori, qui, invece, nella città di Betlemme troviamo due persone, di certo non giovani, che attendevano la sua venuta, messianica più che fisica, ormai da anni.

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Per questa ragione, prima di leggere per intero il contesto nel quale si inserisce il brano evangelico odierno, vogliamo ricordare come tutta la vita di Gesù, dai suoi primi vagiti fin all’ultimo respiro sulla croce, è contrassegnato dal rifiuto, dal disprezzo dei poteri forti, di coloro che si ritengono tutti d’un pezzo e per questo restano fermi e monolitici nelle loro posizioni. Illuminati da questa prospettiva, pertanto, ricordiamo dunque come il Natale non sia una festicciola per bambini, o per riscaldare i cuori di un romanticume a buon mercato, e men che meno si tratta di celebrare il compleanno del Figlio di Dio (per un maggiore approfondimento rimandiamo agli articoli riportati qui in basso).

Tornando, dunque, al nostro brano, vediamo il suo contesto narrativo più ampio:

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:
“Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo
vada in pace, secondo la tua parola,
perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
preparata da te davanti a tutti i popoli:
luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele”.
Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: “Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,22-35).

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LA SANTA FAMIGLIA LIGIA AL SUO DOVERE
L’evangelista Luca ci rivela qualcosa di davvero importante: nonostante lo stato che li rende genitori del Figlio di Dio, Maria e Giuseppe restano ligi nei loro doveri sociali e religiosi. Non assumono un atteggiamento superbo, ma pretendono uno stato economico e sociale privilegiato, a motivo della loro missione, ma si uniscono al popolo di Israele, facendosi solidale con tutta la loro storia.

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Questa loro indigenza economica, dovuta anche al mestiere di Giuseppe, artigiano e quindi senza un vero e proprio stipendio fisso, emerge anche dal tipo di offerta che presentano al tempio.

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore (Lc 2,22-24).

Quando i giorni della sua purificazione per un figlio o per una figlia saranno compiuti, porterà al sacerdote all’ingresso della tenda del convegno un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio per il peccato. Il sacerdote li offrirà davanti al Signore e farà il rito espiatorio per lei; ella sarà purificata dal flusso del suo sangue. Questa è la legge che riguarda la donna, quando partorisce un maschio o una femmina. Se non ha mezzi per offrire un agnello, prenderà due tortore o due colombi: uno per l’olocausto e l’altro per il sacrificio per il peccato. Il sacerdote compirà il rito espiatorio per lei ed ella sarà pura” (Lv 12,6-8).

L’atteggiamento umile della famiglia di Nazaret che non cerca sconti per la propria esistenza a motivo della missione che consapevolmente hanno accolto, diventano per noi cristiani del III millennio una forte provocazione a non cercare sconti con Dio riguardanti la nostra fede, il nostro cammino e soprattutto i nostri doveri di battezzati.

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CHI ACCOLGONO GESÙ A GERUSALEMME?
Diversamente da come ci si aspetterebbe, a riconoscere la novità di Dio che irrompe nella storia, mentre viene portato in braccio, quasi trionfale nel tempio sacro, di certo non sono dei giovani, persone più propense ad accogliere le novità e a farsi stupire da esse, ma due anziani che accorrono da lui in tempi diversi.

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Nella nostra società occidentale, influenzata da un’anticultura pagana e ignorante, soprattutto negli ultimi decenni, l’anziano è diventato un peso insopportabile tanto per le tasche dello Stato che si vede quasi costretto a sostenerli (in realtà restituendo loro parte di quei guadagni che hanno versato in forma di tasse negli anni della gioventù), come per le famiglie e le nuove generazioni in generale. Se in certe culture, l’anziano riveste ancora un ruolo di punto di riferimento storico, morale e religioso, si sta imponendo in maniera sempre più aggressiva nel nostro Occidente, l’idea dell’anziano come persona poco ragionante, impossibile da sopportare perché incapace di stare al ritmo snervante di una società che impone di essere sempre iper efficienti, viene abbandonato alla solitudine e non raramente bollato come religiosamente bigotto.

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Ciò che non può non metterci in crisi è il fatto che non raramente nella Sacra Scrittura, coloro che cambiano il corso della storia sono proprio gli anziani. Basti pensare ad Abramo: egli incontra il Signore all’età di settantacinque anni che lo mette in cammino verso una nuova terra. Da anziano Abramo stipulerà con Dio un’alleanza tale che lo renderà padre di un popolo numeroso e genitore di due figli: Ismaele ed Isacco.

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Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore, e con lui partì Lot. Abram aveva settantacinque anni quando lasciò Carran (Gen 12, 4).

Abram aveva ottantasei anni quando Agar gli partorì Ismaele (Gen 16,16).

Abramo aveva cento anni quando gli nacque il figlio Isacco (Gen 21,5).

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Ma non solo. Lo stesso precursore del Messia nasce all’interno di una coppia di anziani: Zaccaria ed Elisabetta. Leggiamo:

Al tempo di Erode, re della Giudea, vi era un sacerdote di nome Zaccaria, della classe di Abia, che aveva in moglie una discendente di Aronne, di nome Elisabetta. Ambedue erano giusti davanti a Dio e osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Essi non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni (Lc 1,5-7).

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Cogliendo questa ricchezza biblica, la seconda provocazione che traiamo dal brano evangelico odierno, è quello di un recupero dell’importanza e del valore aggiunto che gli anziani nelle nostre famiglie possono apportare, come elemento culturale, morale, etico e religioso. Senza di essi continuiamo a correre come cellule impazzite all’interno di una società che vive senza radici, senza storia, e quindi senza una vera identità, privi di alcun fondamento e punto di riferimento valido, cadiamo nel baratro di un relativismo che non altro non fa che dar sfogo a ciò che di peggio cova nel cuore dell’uomo.

DIO NON DELUDE LE SPERANZE DEI GIUSTI
Non ci sarà nessun altro, lungo tutta la sua storia, che a Gerusalemme saprà accogliere con lo stesso impeto Gesù. Samuele ed Anna non solo lo accolgono tra le braccia ed elevano a Dio il loro canto di lode e la loro professione di fede, ma lo possono fare perché lo attendevano da tempo.

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La loro capacità di riconoscere in un neonato il Messia atteso da secoli, ci rivela qualcosa di molto importante di cui spesso solo gli anziani possono esserci testimoni a motivo della loro esperienza di vita: Dio non delude le nostre aspettative, Egli risponde ai nostri interrogativi e preghiere e sovviene alle nostre necessità.
L’esperienza degli anziani Simeone ed Anna, in qualche modo, è quella di tanti anziani che nonostante gli anni mantengono fresco il loro animo perché mantengono allenato il loro spirito nella preghiera.

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Oggi vorremmo sfidare tutti i cristiani benpensanti del III millennio a scambiare qualche parola con coloro che sono soliti chiamare “bizzoche”, donne anziane che frequentano le loro chiese. Avere il coraggio di parlare con loro e imparare cosa sia la fedeltà nella fede, riconoscere che questa prima di essere una teologia è un incontro quotidiano, personale, e affettivo e dialogante con Dio.

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Quanto si avrebbe da apprendere se non si dessero per scontato le persone. È quello che Simeone e Anna hanno compreso nella loro lunga, sana e santa, vita. Per questo riescono ad andare oltre l’apparenza di un bambino come tanti e riconoscono in lui il Figlio di Dio, il Messia atteso e invocato per secoli.

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SAPER ATTENDERE
Simeone e Anna spendono tutta la loro vita, benché in modi diversi, nel servire Dio. Se il primo era sicuro di dover incontrare il Messia, per ispirazione divina, la seconda non da meno lo attendeva. Benché divenuti anziani non si erano scoraggiati, non si erano dati per vinti e nemmeno avevano avuto moti di ribellione nei riguardi del Signore quando vedevano gli anni passare.

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Simeone e Anna, oggi, invitano noi cristiani del III millennio a saper vivere quella virtù teologale che è la speranza e che è strettamente unita all’attesa. Così, infatti, la definisce il Catechismo della Chiesa Cattolica:

La virtù della speranza risponde all’aspirazione alla felicità, che Dio ha posto nel cuore di ogni uomo; essa assume le attese che ispirano le attività degli uomini; le purifica per ordinarle al regno dei cieli; salvaguarda dallo scoraggiamento; sostiene in tutti i momenti di abbandono; dilata il cuore nell’attesa della beatitudine eterna. Lo slancio della speranza preserva dall’egoismo e conduce alla gioia della carità.

Catechismo della Chiesa cattolica, art. 1818
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Dio, nella sua discrezione, non si impone mai con evidenza nella nostra vita, eppure noi possiamo riconoscerlo, incontrarlo e persino vederlo e toccarlo. Questa è stata l’esperienza di Anna e Simeone e che in qualche modo anche noi possiamo fare nostra.

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Se i due anziani del Vangelo elevano a Dio il loro grato inno di lode, allo stesso modo siamo chiamati anche noi a discernere su quante volte siamo stati ricettori delle grazie divine e soprattutto come abbiamo corrisposto. Nella revisione di vita alla quale Simeone e Anna ci invitano, siamo chiamati a domandarci se siamo stati cristiani grati nei riguardi del Signore, se lo abbiamo riconosciuto presente, mentre passava lungo le strade della nostra vita, in che modo lo abbiamo ringraziato (se lo abbiamo fatto), e soprattutto se abbiamo avuto il coraggio di ringraziarlo, lodandolo, pubblicamente.

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«PARLAVA DEL BAMBINO A QUANTI ASPETTAVANO LA REDENZIONE DI GERUSALEMME»
L’anziana Anna, recettrice di una vocazione profetica (benché donna e non giovane), ci rivela l’obbligo, impellente e imperativo, della testimonianza per tutti noi cristiani. al contrario di lei, a noi è concesso di vedere e toccare il Figlio di Dio non una sola volta nella vita, ma ogni domenica nel sacramento dell’Altare e contemplarlo vivo e presente nella nostra quotidianità. A maggior ragione, siamo chiamati a cogliere la nostra vocazione profetica, ricevuta nel battesimo, e darle seguito perché a nessun uomo venga negata la consolazione della fede, la possibilità di un incontro vero, trasformante e gioioso con Cristo.

Non è necessario essere giovani, svegli, pimpanti o teologicamente preparati per essere profeti e dare la nostra testimonianza. L’unica condizione necessaria è avere il cuore infiammato dall’amore di Dio e fare in modo che tutti lo amino come lo amiamo noi e a tutti possa essere concessa la gioia e la salvezza.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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