Testa la tua fiducia nella Provvidenza

XXXII domenica del tempo ordinario – anno B

1Re 17,10-16; Sal 145; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Le letture di questa trentaduesima domenica del tempo ordinario, ci invitano a riflettere sulla nostra capacità di fidarci di un Dio tenero e generoso, e della sua infinita Provvidenza.
Benché, infatti, lo facciano con toni diversi, la prima lettura e il Vangelo presentano due figure di donne, fragili per la loro condizione sociale (erano vedove e pertanto povere).

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Donne, però, forti d’animo, coraggiose, che nulla e nessuno al mondo ha potuto scoraggiare. Due piccole figure vissute in epoche diverse, e in diversi contesti culturali e sociali (la pagana Sarepta, per la vedova della prima lettura, e la religiosissima Gerusalemme per la donna del vangelo), ma che hanno in comune il cuore grande per la generosità che dimostrano, lo sguardo contemplativo di chi sa scrutare i segni della presenza di Dio nella loro quotidianità e una fiducia incondizionata in Dio e nella sua provvidenza.

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I Lettura

In quei giorni, il profeta Elia si alzò e andò a Sarèpta. Arrivato alla porta della città, ecco una vedova che raccoglieva legna. La chiamò e le disse: «Prendimi un po’ d’acqua in un vaso, perché io possa bere».
Mentre quella andava a prenderla, le gridò: «Per favore, prendimi anche un pezzo di pane». Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo».
Elia le disse: «Non temere; va’ a fare come hai detto. Prima però prepara una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché così dice il Signore, Dio d’Israele: “La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non diminuirà fino al giorno in cui il Signore manderà la pioggia sulla faccia della terra”».
Quella andò e fece come aveva detto Elia; poi mangiarono lei, lui e la casa di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunciato per mezzo di Elia. 

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Contesto
Elia è un profeta itinerante, così innamorato da Dio da lasciarsi condurre lungo i sentieri della sua vita, di città in città. Dopo il periodo di silenzio e contemplazione presso il fiume Cherit, Dio lo invia in terra pagana: lui non ne comprende il motivo, ma si fida e si lascia guidare. Nonostante le regole di purità rituale dell’epoca, secondo la quale non era conveniente che un pio ebreo entrasse in casa di una impura pagana, per non contaminarsi. Lui senza opporre resistenza si fa guidare.
Non ha chiaro il progetto di Dio sulla sua vita, ma lo comprenderà solo dopo.

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A volte basta solo uno sguardo…
Ora se già non fosse stato sufficiente per un uomo di Dio entrare in terra pagana ed essere spinto a chiedere ospitalità a una donna dell’epoca, ciò che stupisce è la pretesa dell’uomo di Dio di avere da mangiare da quella donna così povera.
Lei dal canto suo, non solo non oppone resistenza, ma benché pagana, riconosce negli occhi di Elia una mediazione di un Dio diverso dai suoi idoli:

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Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo».

A questa donna è bastato guardare negli occhi di Elia, per comprendere chi fosse, quale fosse lo spessore della sua spiritualità. Lui non ha avuto neanche il tempo di presentarsi.

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Questa non può che essere la prima provocazione per noi: cosa vedono gli altri nei nostri occhi? Com’è il nostro sguardo (puro, accidioso, pieno di invidia, di giudizio, concupiscente)? E ancora: siamo credibili come cristiani? Foss’anche non riveli agli altri la mia fede, dalle mie parole e dai miei gesti, gli altri possono comprenderlo? Abbiamo uno sguardo carico d’amore come quello di Gesù con il giovane ricco (Mc 10,17-30; Cosa sei disposto a rinunciare per Cristo?)?
Ben a ragione, il compianto cantautore siciliano, Franco Battiato, in una sua canzone poteva affermare:

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Allo stesso modo, sappiamo imitare lo sguardo contemplativo della vedova? Riempiamo di senso cristiano il nostro vedere? Sappiamo andare oltre la cronaca nera, per farci cercatori della presenza del Risorto nella nostra vita?

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Pur di servire un inviato di Dio
C’è un altro aspetto scioccante di questa narrazione: la donna pur di obbedire allo sconosciuto che ha bussato alla sua porta è disposta a mettere in gioco le ultime riserve di cibo, mettendo in una situazione di ulteriore precarietà la sua vita e quella del figlio.

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Quella rispose: «Per la vita del Signore, tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ d’olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a prepararla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo».

La vita travagliata di questa povera donna, viene messa ulteriormente in pericolo dal sopraggiungere del profeta. Ma nonostante tutto accetta le conseguenze della sua generosità. L’atteggiamento di questa donna così aperta alla possibilità di un Dio che non ha mai conosciuto prima, non può che mettere in discussione tutti i nostri timori, le mancanze di fiducia, le paure e le incertezze per il futuro… come se Dio si disinteressasse di noi.

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La generosità ripaga sempre
Alla fine il brano si conclude con un miracolo: le scorte di cibo della donna non si consumano. Dio provvede, sempre. E questo è solo il primo miracolo che questa vedova di periferia vedrà avverarsi nella casa. Non molto tempo dopo, infatti, mentre Elia è ancora ospite lì, permetterà al figlio della donna di risorgere.
Ecco svelato il senso della missione del profeta in quel villaggio pagano. L’insegnamento è quello che l’amore ripaga sempre. Non c’è mai amore sprecato e Dio è generoso con chi è generoso con lui.

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Vangelo

In quel tempo, Gesù nel tempio diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa».
Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo.
Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

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In questo brano evangelico vengono presentati due personaggi a confronto: lo scriba e la vedova. Diversamente dalla narrazione della prima lettura, qui si tratta di personaggi che condividono l’appartenenza a una stessa città, cultura e religiosità. Entrambi sono di Gerusalemme, ed entrambi prestano culto presso il grande tempio della città. La differenza abissale tra i due non consiste tanto nella classe sociale alla quale appartengono, ma allo stile di culto che adottano nei confronti della vita e di Dio.

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Gli scribi
Erano i teologi dell’epoca, uomini di grande cultura, esponenti di spicco in una società profondamente indirizzata dall’aspetto religioso. Non raramente i vangeli ce li presentano accompagnati dai farisei, movimento laicale ebraico che intendeva vivere la propria religiosità in una maniera più intima, ma che non raramente vivevano nell’ipocrisia delle apparenze. Accomunati dal loro prestigio sociale, scribi e farisei furono i grandi avversari di Gesù lungo il periodo del suo ministero.

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Per Gesù gli scribi sono sinonimo di arroganza e superficialità: gente che pretende di essere riconosciuta per il proprio prestigio, ma infine sono vuoti perché vivono solo per gli altri, per essere ammirati.
Si tratta di gente che pretende di essere chiamata “giusta”, santa, dagli altri, ma poi:

Divorano le case delle vedove

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Che significa questa espressione? Significa che alla fine essi sono ricchi e potenti, ma non fanno nulla per le fasce fragili della società dell’epoca. E vedete il non amare non significa omettere semplicemente un’opera buona, il non amare è già di per sé odiare. Ecco perché Gesù nel Vangelo di Matteo afferma che chi avrà omesso l’amore del prossimo sarà condannato. Leggiamo:

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Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”.  Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna” (Mt 25,41-46).

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Le vedove
Anche all’epoca di Gesù alle donne non era concesso di lavorare (questa possibilità non veniva propriamente negata, ma era culturalmente non prevista). Per questa ragione le donne senza un marito, o un figlio non sufficientemente grande, che la sostenesse, viveva di miseria, in totale povertà o dipendenza dalla generosità altrui.

Gesù mostra ai suoi discepoli questa donna socialmente “piccola” come vero modello di fede, in contrasto alla prestigiosità pretestuosa e ipocrita degli scribi.

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A differenza dei ricchi che donavano al tempio, il superfluo dei loro introiti, ella dona tutto quanto le è rimasto da vivere, benché due sole semplici monetine di nessun valore. Qui viene delineata una donna che ha deciso di fare sul serio con la sua fede, che conosce i suoi doveri, ma soprattutto che conosce Dio e la sua provvidenza.
C’è tuttavia un aspetto che vale la pena evidenziare: i soldi che venivano raccolti al di fuori del tempio, venivano sì impiegati per le spese del culto, ma anche per le donazioni ai poveri. In questo caso quella vedova, più che dare le due monetine avrebbe avuto il diritto di riceverne altrettante. Ecco, dunque, il mistero della sua generosità che va oltre le sue esigenze e pensa invece agli altri.

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Apparenza o sostanza
Gesù, dunque, ci invita a guardare questi due personaggi: il primo vive di apparenza, il secondo va al cuore della questione religiosa. In chi dei due ci identifichiamo? Viviamo di apparenze come lo scriba, interessati a che gli altri ci apprezzino e ci riconoscano, o andiamo al cuore, alla sostanza della nostra fede e facciamo così tanto sul serio con Dio che non ci importa cosa gli altri dicano e pensano?

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Il tempo e la vita che doni a Dio e agli altri cos’è? Tutto o il superfluo? Dalla risposta che sapremo darci a questa domanda, capiremo se siamo scriba o vedova, generosi o avari d’amore, cristiani d’apparenza o di sostanza.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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