Fai sul serio con Gesù? Leggi cosa ti chiede!

In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro:
«Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.
Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.
Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». (Lc 14,25-33). 

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Contesto
Ormai Gerusalemme è prossima e Gesù si avvicina sempre più al mistero della passione.
Il brano si apre con una presa di coscienza: tanta gente lo segue, ma perché? Cosa cerca veramente?
All’epoca in cui visse il Figlio di Dio, non era facile vivere la fede: la morale ebraica imponeva una serie di normative morali e comportamentali secondo la quale era possibile cadere nell’impurità (e quindi nella scomunica) in svariati modi.
Dal canto suo, Gesù accogliendo nel suo seguito gente di ogni tipo (pescatori, pubblicani, zeloti, pubblici peccatori) si rende conto che può essere frainteso lo spessore della sua dottrina. Egli, infatti non propone all’uomo del suo tempo una religiosità più annacquata, ma una morale ancora più esigente. È l’evangelista Matteo, quello che mette ulteriormente in risalto questo aspetto della dottrina di Gesù e le sue aspettative dal discepolato, all’interno di quel grande insegnamento che è il discorso della montagna:

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Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: Non commetterai adulterio. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”; il di più viene dal Maligno.
Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle.
Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,21-48).

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È all’interno di questa nuova morale, più esigente perché più a misura d’uomo, che vanno ricercate le aspettative di Gesù da parte dei discepoli. Egli dopotutto, non lascia spazi a fraintendimenti, e prima che entri a Gerusalemme, pone le carte in tavola e rivela alle folle che lo seguono, quali siano le condizioni per essere davvero suoi discepoli. Seguire Cristo è bello, ma nessuno ha mai detto che sia facile!
Questo è qualcosa che non può non metterci in discussione. A volte si può incorrere nell’errore che per essere cristiani possa essere sufficiente partecipare a una messa la domenica e confessarsi una volta all’anno (prima di pasqua), o, peggio ancora, che per amare Gesù non sia necessario fare un cammino comunitario.
Oggi il Signore spazza via tutte queste ipocrisie, questo desiderio di farsi una religiosità su misura: il pretendere a tutti i costi la misericordia divina a fronte di una vita volutamente non evangelica (esiste un detto siciliano, molto evocativo che tradotto in maniera “educata” direbbe: pecca, pecca, che poi Dio perdona tutti). Ecco, Gesù oggi ci rivela che se è questo il cammino di fede che vogliamo fare, forse, stiamo sbagliando strada, abbiamo smesso di seguire lui per farci seguaci delle nostre idee.

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Che poi se a seguirlo ci fosse solo una dozzina di persone, o intere folle, a Gesù questo non interessava affatto, e lo rivela palesemente non solo in questo brano.
Anche l’evangelista Giovanni, riporterà questo apparente fallimento dell’insegnamento di Gesù, annotando come anche molti discepoli all’udirlo, se ne tornarono nelle proprie case. Leggiamo:

Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Gli rispose Simon Pietro: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6,66-69).

Non è il consenso della gente che egli cerca, ma quello del Padre e, insieme a questo, la salvezza di tutti gli uomini. Quanto ha da dire a noi uomini del III millennio, iperconnessi e social-dipendenti? Al contrario di Gesù siamo affamati di una notorietà becera, a basso prezzo (e contenuti), in una compulsiva ricerca d followers e like, dove i nuovi miti degli adolescenti (e purtroppo non solo loro), sono diventati gli influencer: gente con una cultura discutibile, e di uno spessore morale aleatorio.

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Caratteristiche del discepolo secondo Gesù

A. Affettività gerarchizzata
Si inizia da subito con una bomba, qualcosa di tanto spiazzante che sarà da subito servito per epurare la parte meno convinta di coloro che erano al seguito di Gesù:

Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo.

Di cosa si tratta? Gesù parla di una sorta di gerarchia dell’amore, dove dalla capacità di mettere ordine nella propria sfera affettiva, dipende la vera sequela del cristiano. Usa toni forti, Gesù: lui che era davvero un uomo libero non aveva paura di dire le cose come stavano e di chiamare i nostri “demoni” per nome. Il suo orgoglio, poi, non era entrare a Gerusalemme trionfante con un lungo seguito di gente, lo ripetiamo: il Messia di Nazareth non era in cerca di popolarità!
Che senso ha questa sua affermazione, allora? Cosa voleva dire? In realtà non è la prima volta che Gesù dice qualcosa del genere. Il primato, infatti, dell’amore a Dio era stato già da lui enunciato poco prima a un dottore della Legge:

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Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza econ tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso“. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai” (Lc 10,25-28).

Un brano che ai più risulterà familiare, proprio perché offerto alla meditazione della cristianità di recente (vedi nostro articolo “È possibile amare Dio e ignorare il prossimo?“).
In sintesi, Gesù rivela che la prima condizione di una vera sequela risiede nella nostra capacità di mettere ordine nella nostra sfera affettiva.
Che significa? Significa che non raramente si fa dell’altro (marito, figlio, fidanzato, ecc.) un idolo: non si hanno occhi che per lui. Non raramente l’uomo perverte la sua capacità di amare, rendendola egoistica, possessiva, finanche violente. Affinché non si incomba in questi errori, YHWH fin dall’Antico Testamento, agli arbori della storia del popolo eletto, invita a non avere più grande se non quello nei suoi riguardi.

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Perché? Perché chi ama così Dio, può veramente amare il suo prossimo, lasciandolo libero di sbagliare e persino di non accogliere il nostro amore, rifiutarlo o anche calpestarlo.
Ecco dunque la prima, imprescindibile, condizione per essere veri discepoli di Cristo: lasciarci infiammare a tal punto dal suo amore, che impariamo ad amare gli altri come lui li ha amati: perdonando i discepoli traditori, rinnegatori e fuggiaschi di fronte alla passione, amando entrambi i ladroni crocifissi insieme a lui, e finanche i suoi carnefici che lo hanno inchiodato a un patibolo tanto infamante quanto crudele e sanguinario.
Ma non solo. Gesù non invita solamente ad amare lui sopra tutti gli altri nostri affetti, ma anche più della nostra vita. Ecco, un ulteriore punto di svolta, in cui il Maestro di Nazareth, non lascia nulla di incompiuto nel suo insegnamento.
Di anaffettivi la nostra società e piena e perché la comunità dei discepoli non divenisse una comunità di dissociati e, per questo, anche potenziali criminali (per approfondire questo aspetto, rimandiamo all’articolo firmato da Corrado De Rosa, pubblicato su “Il fatto quotidiano” l’8 settembre 2010, clicca qui), invita a saperlo amare più di noi stessi, dei nostri sogni, dei nostri progetti e aspirazioni. L’invito è quello a un totale decentramento, per lasciare spazio a Dio.

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B. Portatori di croci
La seconda condizione perché un discepolo sia tale, è l’accoglienza della croce come strumento di salvezza. Leggiamo:

Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo.

La rivelazione della croce diventa anticipazione di quello che a Gerusalemme dovrà vivere, e di cui ne è consapevole. Di certo non si tratta di un’accoglienza masochistica della sofferenza, né di una imposizione per i discepoli. Non è Dio a imporre croci sulle spalle degli uomini, ma la vita: per la fragilità della natura umana o il libero arbitrio altrui. Tuttavia, qui vengono poste le basi per glorificare questa croce. Ridarle un senso, viverla diversamente perché non se ne resti schiacciati.
A ben vedere l’evangelista Matteo, quando ricorda questo insegnamento di Gesù, non parla propriamente di croce, ma di giogo. Leggiamo:

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Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30).

Questa rilettura da parte dell’evangelista Matteo, ci apre a un approfondimento davvero interessante. Il giogo, infatti, era posto a una coppia di buoi perché stando ben uniti, potessero essere attaccati al carro o all’aratro. Ecco allora che la croce, come il giogo, diventa strumento di intima unione con Cristo: un partecipare fecondo alle sue sofferenze. Infatti, come i buoi uniti dal giogo permettevano all’aratro di solcare il terreno per la semina, così il cristiano, intimamente unito al Figlio di Dio, diventa compartecipe della sua opera redentrice. Come? Offrendo le sue sofferenze per la salvezza delle anime.
Ma non solo. Il simbolismo del giogo, evoca anche un altro aspetto davvero interessante. Non è un caso, infatti, che la parola stessa “giogo”, fondi e dia senso etimologico alla parola “coniuge”, dal latino “cum jugum”: ovvero con lo stesso giogo. L’unione intima degli sposi, il loro reciproco sostenersi, per portare avanti uno stesso progetto di vita, diventa immagine della relazione che Cristo vuole avere con ognuno di noi. Questa fu anche la stravolgente scoperta della mistica carmelitana Teresa d’Avila. Ella, così infiammata d’amore per Cristo, lo volle tanto come suo Sposo, che egli glielo concesse con questa visione che poi ella riportò nella sua opera minore intitolata “Rivelazioni”. Leggiamo:

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Il secondo anno del mio priorato all’Incarnazione, il giorno dell’ottava di S. Martino, mentre mi accostavo alla comunione, il P. fr. Giovanni della Croce, stando per comunicarmi, divise in due la sacra ostia per farne parte a un’altra sorella. Mi venne subito da pensare che ciò facesse non per mancanza di particole ma per mortificarmi, perché gli avevo detto che gradivo molto le ostie grandi, quantunque sapessi che ciò non importa, perché il Signore è tutto intero anche in una minima particella. Ed ecco che Sua Maestà, volendomi far comprendere che ciò appunto non importa, mi disse queste parole: “Non aver paura, figliuola! Nessuno ti potrà separare da me!”. Poi mi si rappresentò nel più intimo dell’anima per via di visione immaginaria, come già altre volte, mi porse la destra e mi disse: “Guarda questo chiodo: è segno che da oggi in poi tu sarai mia sposa. Finora questa grazia non l’avevi meritata; ma d’ora innanzi tu avrai cura del mio onore non solo perché sono tuo Dio, tuo Re e tuo Creatore, ma anche perché tu sei mia vera sposa. Il mio onore è tuo, e il tuo è mio”. Ne ebbi tanta impressione che rimasi come fuori di me; e presa da una specie di delirio supplicai il Signore o di trasformare la mia miseria o di non concedermi più tante grazie, per sembrarmi che la mia natura non le potesse sostenere. E rimasi assorta tutto il giorno. In seguito mi sono sentita con grandi vantaggi e con maggior confusione e dolore nel constatare di non saper rispondere in nulla a così grandi favori.

Teresa d’Avila, Rivelazioni, n. 35

Ecco svelato il senso di una croce che, benché non imposta da Dio, siamo chiamati non solo a non rifiutare e a ribellarci (tanto sarebbe inutile), ma ad affrontarla coraggiosamente, ad accoglierla e a trasformarla da strumento di sofferenza e morte, in strumento di grazia e salvezza per noi e per gli altri. Ecco allora che in questo modo si realizza una sorta di “connubio”, matrimonio mistico, tra il discepolo e Cristo: due persone unite non semplicemente da un amore astratto, torico, romantico, ma da un progetto di vita che diventa comune.

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Le due parabole
Dopo aver enunciato queste due condizioni da soddisfare per essere davvero suoi discepoli, sembra che improvvisamente Gesù cambi discorso. Rileggiamo:

Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace.

Le parabole riguardano due personaggi principali: un costruttore e un re. Essi si comportano da gente priva di giudizio che prima di compiere un’opera non si ferma a riflettere, ma si buttano a capofitto e non vanno incontro che a fallimento, e soprattutto a derisione da parte degli altri.
È interessante comprendere, che Gesù non sta cambiando argomento rispetto a quello che aveva detto poc’anzi. Al contrario, sta parlando ancora del discepolato. In questo caso, sta delineando i tratti comici di una persona che intenda seguirlo facendosi prendere solo dalla foga del momento senza contare quali poi devono essere i suoi impegni per essere davvero suo discepolo. Per Gesù l’uomo che ha la pretesa di seguirlo, senza riflettere su quali siano le condizioni della sequela e se ne pentono a metà percorso, sono uomini ridicoli, fanno ridere tutti gli altri che lo vedono.

Oggi, dunque, come cristiani siamo chiamati a riflettere sul nostro battesimo, su cosa comporti il nostro dirci cristiani, per non finire di diventare la farsa di noi stessi, uno zimbello di fronte alla comunità.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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