Cosa fare quando la vita ti chiude le porte in faccia?

Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé.
Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme.
Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio (Lc 9,51-56). 

Contesto
In queste ultime settimane, la liturgia della Parola ci sta permettendo di meditare sul nono capitolo del Vangelo di Luca. Ci troviamo di fronte a una sezione narrativa cruciale per la missione di Gesù: egli infatti darà una svolta al suo ministero itinerante per dirigersi definitivamente verso la città santa.
Con il nostro articolo intitolato “I miti non muoiono mai. La sconfitta di Erode“, abbiamo avuto di avere uno sguardo completo sulla prima parte del nono capitolo (vv. 1-10), comprendendo che a suscitare la svolta di Gesù e il suo indirizzarsi a Gerusalemme sia stata la morte di Giovanni il Battista, per mano di quell’Erode che l’evangelista Luca ci ha mostrato tremante e spaventato sul suo trono di fallimenti e vigliaccheria.
A partire dallo sguardo curioso e impaurito del regnante d’Israele sul Messia, abbiamo potuto notare come la figura di Gesù non passava inosservata e che chiunque ne incrociasse la figura, fosse chiamato a una presa di posizione: a favore o in contra.

La prima tappa del cammino
La prima sosta che Gesù intende fare durante il suo lungo viaggio è la Samaria, una regione sempre denigrata dall’ortodossia israelitica, perché, secondo la propaganda dell’epoca, questi non erano veri uomini di fede poiché l’avevano pervertita con un certo sincretismo quando la loro terra fu ripopolata dopo la deportazione operata dagli Assiri. Samaria era ritenuta, per questo, una regione di promiscuità religiosa, di superstizione e di una fede ebraica mescolata non raramente con ritualità pagane.
Ciononostante gli evangelisti non temono di presentare Gesù come colui che tende a risanare le fratture tra le due regioni di Israele. Basti pensare alla parabola del buon samaritano, dove il Maestro descrive il personaggio principale del suo insegnamento come modello da imitare nell’amore verso il prossimo (Lc 10,25-37), o all’incontro con la samaritana presso il pozzo di Sicar (Gv 4,5-30).

La non accoglienza
Cosa accade? Nonostante Gesù, già con la sua sola presenza, avrebbe portato un messaggio di misericordia per quella popolazione bistrattata, egli non trova tra essi accoglienza. E non è neanche la prima volta.
Già un’altra città, non molto tempo prima, gli aveva chiuso le porta in faccia, nonostante avesse portato pace tra quella gente. Si tratta del paese dei Gerasèni, dove poco fuori le mura della città, aveva liberato un ossesso che tanti problemi aveva causato alla popolazione. Il permettere ai demoni di inabitare dei porci (simbolo di quell’impurità che apparteneva anche ai cittadini, in quanto pagani) che poi si sarebbero gettati in mare e morire, aveva attirato le paure della gente e la successiva richiesta di allontanarsi da loro (Lc 8, 26-39. Abbiamo avuto modo di approfondire questo brano evangelico nel nostro articolo intitolato “Il male cerca casa“).
Ma c’è un altro dato fondamentale che per comprendere bene questo brano evangelico, dobbiamo cogliere. Si tratta del valore dell’accoglienza e dell’ospitalità. Esso, nella cultura israelitica, e non solo, gioca un ruolo cruciale e persino sacrale cui modello è, nientedimeno, che Abramo, il quale accolse nella sua casa tre angeli, personificazioni di Dio, che realizzare il suo più grande sogno: avere un figlio dalla donna che ha sempre amato (Gen 18,1-8; sull’importanza dell’ospitalità rimandiamo al nostro articolo “Accogli l’ospite divino“).

La reazione di Giacomo e Giovanni
La chiusura, dunque, di un’intera città nei riguardi del Maestro, per i discepoli viene colto come una tra le più gravi offese che si possano fare in assoluto, una totale chiusura ai valori della fede ebraica, una chiusura netta nei riguardi di Dio. Lo zelo che nutrono nei riguardi del Maestro, di cui solo poco prima sono stati spettatori della gloria sul monte della trasfigurazione (Lc 9,28-36).
Il fuoco che scende dal cielo e consuma i malvagi è molto noto in ambito biblico. Ritorna l’immagine della distruzione di Sodoma, i cui cittadini anziché accogliere gli stessi angeli che visitarono Abramo, volevano eliminarne la dignità e soggiogarli per il loro gusto egoistico (Gen 19,1-29).
Giacomo e Giovanni, dunque, invocano la stessa punizione di Sodoma: distruzione e morte per i samaritani che hanno chiuso le porte al Maestro.

Il rimprovero di Gesù
Allo zelo dei due fratelli apostoli, Gesù risponde con un rimprovero, il cui contenuto non viene ripreso dall’evangelista, ma di cui se ne può immaginare la portata:

Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui (Gv 3,17).

Non si può vincere il male con altro male, ma con l’amore, è questa la sintesi dell’insegnamento del Nazareno, e soprattutto il manifesto programmatico di tutta la sua predicazione che emerge dalle Beatitudini (Lc 6,20-26; per un maggiore approfondimento rimandiamo al nostro articolo “Il senso della vita“).
Decidendo di andare oltre, lasciando impunito il peccato dei samaritani, Gesù rivela un tratto fondamentale dell’identità di Dio: egli non si impone alle nostre vite rendendoci ad esso schiavi sottomessi (vedi l’Islam), ma liberi di accoglierlo o rifiutarlo, di accettarlo o rinnegarlo. Nessuna penitenza, nessuna punizione, ma se decidi di non accoglierlo nella tua vita, di camminare nelle sue vie, di tentare di farti santo, ti perdi una grande opportunità per la tua vita: la più grande!
Possiamo solo immaginare quali benefici si sono persi i cittadini di quella città, quanti miracoli, guarigioni e liberazioni hanno perso non accogliendo colui che null’altro avrebbe potuto fare che beneficarli.

Tutti abbiamo una Samaria da attraversare
Cosa ha da dire a noi questo brano evangelico? Quale insegnamento ne traiamo? Ne abbiamo individuato due.

Non lasciarti scoraggiare
Il primo insegnamento che traiamo è che anche noi siamo, talvolta, ci troviamo di fronte a situazioni simili a quella di Gesù: ci vengono chiuse le porte in faccia senza nemmeno che ci venga data l’opportunità per presentarci, per comunicare quali siano i nostri intenti di bene. Riceviamo porte in faccia solo a motivo di pregiudizi: il nostro percorso, la nostra storia personale, il nostro passato o addirittura la nostra provenienza, il nostro credo religioso.
Di fronte a certe situazioni, non raramente, nel nostro cuore emerge il desiderio di comportarci come i due apostoli: il veder fatta una giustizia “giustizialista” sul torto subito. Gesù al contrario ci invita a non perdere la pace e andare oltre. Lo aveva già detto ai discepoli quando li aveva mandati in missione, proprio poco prima:

Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro”. (Lc 9,5).

Di fronte alle chiusure degli altri, siamo chiamati a non lasciarci scoraggiare: l’amore è tale solo nella misura in cui lascia all’altro la libertà di essere accolto o rifiutato, nella consapevolezza che chi ama e chi accoglie, vince sempre. L’importante non è ricevere amore, ma darlo!

Sii terra ospitale
Uno dei grandi problemi dei cristiani è proprio il pregiudizio: la chiusura nei riguardi dell’altro, in maniera aprioristicamente, con la vaga paura che l’altro sia portatore di sofferenze. Abbiamo fatto del dolore un tabù da evitare, come se l’autopreservazione da ogni piccola, minuscola pena, fosse la sola cosa che possa mantenerci sereni e in pace (dimenticando che questi vengono da una coscienza rappacificata). Per paura dell’altro viviamo chiusi in recinti asfissianti e ci precludiamo a una relazione con chi potrebbe essere foriero di un messaggio o una grazia da parte di Dio.
Al contrario, solo nella misura in cui ci apriamo al prossimo, e impariamo a metterci in gioco, possiamo godere di un arricchimento personale, della possibilità, come Abramo, di accogliere tra le mura della nostra esistenza, tre angeli che ci donano quella grazia che da anni chiediamo al Signore.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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