Il pericolo dell’esclusivismo

XXVI domenica del tempo ordinario – anno B

Nm 11,25-29; Sal 18; Gc 5,1-6; Mc 9,38-43.45.47-48

Il pericolo dell’esclusivismo, del rinchiuderci in piccole e asfissianti cerchie di amici, di persone che hanno una eccessiva stima di se stessi, élite di gente che si ritiene il meglio della società o di un movimento, è qualcosa che appartiene all’uomo di tutti i tempi e al quale Dio, nel corso dei secoli, non ha smesso di rimproverare. È quello che accade nelle letture che la liturgia della Parola ci offre in questa XXVI domenica del tempo ordinario.

I lettura

In quei giorni, il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito.
Ma erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento.
Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento». Giosuè, figlio di Nun, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse: «Mosè, mio signore, impediscili!». Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me?
Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!».

Per comprendere bene il questo brano biblico, è necessario fare un passo indietro e coglierne il contesto: cosa sta vivendo Israele, quali sono le premesse che ha portato alla condivisione dello spirito profetico di Mosè sui settanta anziani?
Ci troviamo all’interno di quella sezione della Bibbia che è chiamata Pentateuco: cioè i primi cinque volumi di quella grande collezione di libri che è la Sacra Scrittura in cui si narrano le vicende dell’umanità dalla sua creazione all’ingresso nella Terra Santa. In particolare ci troviamo all’interno della grande narrazione dell’esodo di Israele: i quarant’anni nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù egizia per la mano potente e provvidente di Dio. Sarà un cammino lungo e faticoso tanto dal punto di vista fisico, quanto da quello spirituale, dove Israele dovrà fare i conti con la propria inclinazione all’idolatria del cuore, alla ribellione nei riguardi del Signore.
In questo caso, l’undicesimo capitolo dei Numeri, si apre con una lunga sezione di lamentele del popolo nei confronti di Dio che viene inaugurata da una mormorazione immotivata, senza cioè che ne venga spiegata la causa (vv. 1-3). Ad essa segue quella della carenza di carne che porterà al riportare alla memoria la schiavitù in Egitto come un dolce bizzarro ricordo (vv. 4-9). Segue, poi, la reazione di Mosè, guida fisica e spirituale di Israele, che portandosi alla presenza di Dio, si sente soggiogato dal peso di un popolo così ingrato (vv. 10-15).

L’intervento di Dio
Di fronte a questa difficoltà da parte di Mosè, interviene Dio a riportare equilibrio ed ordine. Non è la prima volta. Durante gli anni dell’esilio, infatti, YHWH si è sempre rivelato una presenza costante, discreta ed efficace per il popolo e i suoi condottieri, Mosè e Aronne. Emblematico, tra i suoi interventi, fu quello quando all’inizio del cammino nel deserto il popolo mormorò contro Mosè per la mancanza di cibo, e Dio, senza nemmeno essere interpellato, si rivelò alla guida di Israele promettendo manna di giorno e carne di sera (Es 16,2-15). Commentando questo brano, in un nostro precedente approfondimento, avemmo modo di affermare:

Cos’ha di diverso questo modo di intervenire di Dio all’interno del brano di oggi? È particolare perché YHWH non rivela la sua presenza attraverso il segno della colonna di nube, ma entra direttamente in causa, come se tra i due “contendenti” impegnati nel colloquio (il popolo, e la coppia di condottieri), lui fosse la terza parte in causa che ascolta in silenzio per poi intervenire senza troppi giri di parole.

Cos’è che fonda la tua fede?

Questo vale anche per il brano biblico che la Liturgia della Parola ci offre oggi. Dio coglie la ribellione del popolo eletto e la sofferenza di Mosè e interviene prontamente, con grande creatività: avendo in mano una soluzione tanto rapida ed efficace che non sarebbe venuta in mente a nessun altro. La condivisione della profezia e del governo di Israele con altri settanta anziani che avrebbero aiutato Mosè a rasserenare gli israeliti così da sopportare con maggiore serenità e pacatezza le difficoltà del viaggio.
Questo modo di fare del Signore, è molto provocatorio per la nostra vita spirituale e cristiana. Non raramente attribuiamo a Dio le fatiche della nostra vita: i pesi, le croci, le sfide, le difficoltà. Come se lui non fosse l’artefice e il promotore di quanto di bello e buono esista nel mondo, ma fosse unicamente una sorta divinità pagana che nei suoi capricci, si diverte nell’affliggere i suoi devoti. Oggi dunque siamo chiamati a una sorta di conversione del cuore e dello sguardo, che punti al vero circa l’identità di Dio: egli che altro non vuole che la nostra felicità e gioia, qui in vita e per l’eternità.

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Il problema degli assenti
A livello narrativo, il problema sorge quando tra i settanta convocati alla presenza di Mosè per avere parte al suo spirito profetico, due non si fanno presenti, chiudendosi all’incontro con la guida di Israele, evidentemente perché non in comunione con lui. E cosa succede? Profetizzano! Lo spirito, cioè, scende su di loro anche se non hanno colto la chiamata di Mosè, ma avendo comunque la qualità essenziale per ricevere “il dono”: l’anzianità, la saggezza capace di essere di sostegno a colui che fu designato per essere la guida di Israele.
YHWH, artefice di questo piano per aiutare Mosè, tiene fede al patto facendo scendere su tutti gli eletti il suo spirito, il problema è che qualcuno se ne scandalizza e corre a raccontarlo al giovane Giosuè, colui che raccoglierà l’eredità di Mosè e introdurrà Israele nella terra promessa.
Qual è il motivo dello scandalo? I due anziani hanno osato non rispondere all’appello di Mosè, al contrario degli altri, e per questo sono ritenuti degli indegni. Da qui il rimprovero del condottiero d’Israele:

Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!».

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Giudici del Giudice
L’atteggiamento di coloro che si scandalizzano della profezia dei due anziani lontani dal gruppo degli amici di Mosè, è molto attuale tra i cristiani. Non raramente c’è chi si scandalizza perché qualcuno abbia un ruolo di responsabilità nella comunità, ritenendolo indegno, non meno raramente accade che chi fa parte di un movimento ecclesiale ritiene che questo cammino sia migliore rispetto agli altri: più serio, impegnato e più incentrato sulla verità. Nella misura in cui si cresce in questi ambiti angusti ed asfissianti, trasformiamo il movimento da cattolico, universale, a una setta elitaria e nulla più. Da questo atteggiamento oggi veniamo chiamati a stare in guardia per non pervertire il messaggio cristiano.

La Parola di Dio ci invita oggi a vivere nella più profonda umiltà, nel riconoscere che lo Spirito di Dio ha progetti molto più ambiziosi rispetto a noi, una visione più completa e soprattutto un cuore molto più grande.

Vangelo

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Il brano del vangelo si trova in perfetta assonanza con quanto proclamato nella prima lettura. Anche qui come per il libro dei Numeri c’è qualcuno che non fa parte della cerchia più stretta di Gesù, ma osa operare prodigi nel suo nome, e in consonanza col suo ministero liberatorio. Ci troviamo di fronte a un brano molto complesso, ma anche tanto attuale che divideremo in due parti.

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Dall’esclusivismo dei discepoli, all’inclusività di Cristo
Individuiamo questa prima sezione nel contesto iniziale del brano evangelico odierno: dalla presa di posizione che in Israele c’è uno che sembrerebbe operare abusivamente dei miracoli, alla risposta di Gesù:

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.

Al contrario dei discepoli, e purtroppo di tanti cristiani, Gesù ha una prospettiva completamente opposta: è inclusiva, non esclusiva. Per Gesù tutti posso trovare un posto accogliente e comunionale con lui, nessuno è escluso, nessuno è ritenuto inadeguato a motivo della sua appartenenza a un gruppo o movimento.
Cos’è che rende una persona adeguata ad essere collaboratrice di Cristo al di là della sua appartenenza? L’amore per il prossimo! L’amore fa sempre la differenza, l’amore, sempre, rivela da che parte stiamo. Esso solo rivela al mondo che siamo amici di Cristo e suoi fervidi collaboratori, è l’amore che salva, non di certo l’appartenenza a questo o a quel movimento ecclesiale. È infatti con queste parole che si conclude la prima parte del brano evangelico odierno:

Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa.

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Chi esclude l’altro, trova la propria condanna
A partire da questa presa di posizione inclusiva di Cristo, si può comprendere la durezza dell’insegnamento che ne segue. Leggiamo:

Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Chi sono questi piccoli e perché improvvisamente Gesù parla di condanne? Quando Gesù parla di piccoli non si riferisce propriamente ai bambini, ma ciò che essi rappresentano: delle persone che per il loro stato sociale e religioso vengono considerati “minimi” nel loro contesto sociale, impoveriti dei loro diritti e, non raramente, discriminati.
In questo caso, i piccoli a cui fa riferimento Gesù sono quelle persone che per la loro fede ancora immatura gravitano attorno alla comunità dei discepoli, non facendone ancora parte, pur avendo il cuore ben disposto all’amore. Il pericolo serio che Gesù vuole fronteggiare e quello di rendere il suo “movimento” una sorta di setta religiosa: un gruppo chiuso di prescelti detentori di una verità assoluta e non condivisibile.
L’elitarismo, l’esclusivismo, le chiusure creano scandalo, ovvero impediscono all’uomo la possibilità della fede e quindi il cammino della fede. Contro la possibilità di questa deriva, Gesù è netto, chiaro e severo: chi preclude la via della fede al prossimo, è meglio che indossi a mo’ di collana una macina e la faccia finita, perché ha fallito la sua missione e il suo compito di essere suo amico e collaboratore, comportandosi da suo avversario.

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La mano, il piede e l’occhio
Fa parte della seconda sezione del brano evangelico, l’invito di Gesù a rinunciare una parte di se stessi, pur di non perdere l’occasione di aver accesso alla vita eterna essendo uomini e donne di comunione ed accoglienza.
Di cosa si tratta? Di estensioni della nostra interiorità per arrivare all’altro. Se la tua mano è incapace di tenerezza nell’accarezzare e stringere mani, è inutile, tagliala! Se il tuo piede non serve perché tu raggiunga il tuo prossimo e tu possa fare il primo passo verso di lui, a cosa ti serve se non per la tua condanna? Se il tuo occhio è capace solo di sguardi furtivi, indagatori, superbi: a cosa ti serve? Non è per questo che essi ti sono dati!
Allo stesso modo, l’intera vita dell’uomo, e in particolare di colui che si crede cristiano, è inutile, impoverita del suo autentico senso, se non è spesa nell’amore, nella riconciliazione, in quell’accoglienza che è la prima espressione dell’amore del prossimo e dell’amore per Dio (vedi nostro articolo Accogli l’ospite divino).

Oggi, dunque, comprendiamo che la comunionalità è molto più importante dell’appartenenza. Se il tuo movimento ecclesiale, la tua associazione cristiana non ti porta a comprendere questo passaggio essenziale, abbandonalo, perché ha già fallito il suo obiettivo.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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