Cosa ne pensava Gesù dei cani?

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi. Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti. Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,6.12-14).

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CONTESTO
Il brano si situa all’interno in un grande insegnamento di Gesù, quello comunemente chiamato “della montagna” (Cfr. Mt 5,1-7,29), in cui il Nazareno viene presentato dall’evangelista Matteo come il nuovo Mosè che guida un popolo di diseredati verso la vera e definitiva terra promessa: il Regno dei cieli.
Andiamo, così, ad aggiungere un tassello su questo grande mosaico evangelico offertoci dalla liturgia della Parola:

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LE COSE SANTE E I CANI
Il primo dei due ammonimenti di Gesù, al tempo d’oggi, potrebbe suscitare un certo numero di sentimenti contrastanti non solo negli animalisti, ma soprattutto ai possessori di quegli animali considerati come “migliori amici dell’uomo”.
Volendo evitare discussioni su come nella società contemporanea si sia sovra esaltata la relazione uomo-cane, talvolta divinizzando la bestiola a scapito delle uniche relazioni vere e paritarie, quelle del tipo persona-persona, ci limitiamo semplicemente ad annotare la vicenda di Adamo.

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Messo a capo di tutto il creato, il Signore gli concede anche la facoltà di dare un nome a tutto il mondo animale appositamente creato per lui. Felice di questo compito, però, il progenitore scopre che non potrà mai sentirsi pienamente appagato nella sua relazione con il mondo animale, semplicemente perché non c’è parità nella dignità creaturale. Basti pensare semplicemente come nel progetto divino, a essere creato a immagine e somiglianza di Dio sia solo la creatura umana (Cfr. Gen 1,26-27).
Leggiamo, dunque, questo passaggio del primo libro della Sacra Scrittura:

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E il Signore Dio disse: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse (Gen 2,18-21).

Il Signore, che non perde di vista Adamo, e veglia sulla sua felicità, comprende questo senso di incompletezza dell’uomo, così gli crea la donna ed egli finalmente esulta di gioia, per la nuova piega che ha preso la sua vita. Continuiamo a leggere:

Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio formò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse:
“Questa volta
è osso dalle mie ossa,
carne dalla mia carne.
La si chiamerà donna,
perché dall’uomo è stata tolta” (Gen 2,21-23).

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IL RUOLO DEL CANE ALL’INTERNO DELLA SOCIETÀ ISRAELITICA
Diversamente dalla cultura occidentale (diverso è infatti l’approccio nelle culture asiatiche e africane), nell’antico Israele il ruolo di questo animale era tutt’altro che domestico. Infatti era considerato impuro perché non era solito che vivesse nelle case e avesse un padrone. Viveva tra i rifiuti, cibandosi di essi, erano comunemente randagi e non raramente si cibava di carcasse di animali, o persino di persone come fu profetizzato per l’iniqua regina Gezabele. Leggiamo:

I cani divoreranno Gezabele nel campo di Izreèl; nessuno la seppellirà (2Re 9,10a).

Fin dal secondo libro della Bibbia, l’Esodo, quando il Signore rivelandosi a Mosè, costituiva l’identità del popolo a partire da alcune norme di vita comune, si afferma, ricordando così le parole di Gesù:

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Voi sarete per me uomini santi: non mangerete la carne di una bestia sbranata nella campagna, ma la getterete ai cani (Es 22,30).

Ma non solo. C’è un dato culturale che dall’antico Israele è giunto fino ai giorni nostri: appellare un uomo col nome di cane, equivaleva a offenderlo gravemente (Cfr. 1Sam 17,43; 2Sam 3,8; 16,9). Su questa scia si inserisce Gesù.
Il suo menzionare i cani, si riferisce oltre all’animale in sé, a una categoria di persone. È quello che succede alla donna cananea, pagana quindi impura, ma la cui fede farà ricredere lo stesso Gesù. Leggiamo infatti al capitolo 15 dello stesso vangelo di Matteo:

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Partito di là, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio”. Ma egli non le rivolse neppure una parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: “Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!”. Egli rispose: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele”. Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: “Signore, aiutami!”. Ed egli rispose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”. “È vero, Signore – disse la donna -, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”.  Allora Gesù le replicò: “Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita (Mt 15,21-28).

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LE PERLE E I PORCI
Gesù rivela ai discepoli quale atteggiamento devono adottare nel relazionarsi con il prossimo. Il primo atteggiamento che Gesù si aspetta dai discepoli è quello di un sano discernimento:

Non gettate le vostre perle davanti ai porci

Di chi sta parlando Gesù? Se i maiali erano considerati gli animali impuri per eccellenza, a motivo del loro sguazzare nel fango. Per questa ragione concederà alla legione demoniaca di prendere possesso della mandria di suini nella regione dei Geraseni (Cfr. Mc 5,1-20, vedi approfondimento in basso) e, allo stesso tempo, rende ancora più drammatico lo stato di degrado e abbandono che versa il figliol prodigo quando prendendosi cura di un armento di maiali, veniva ritenuto, dal suo datore di lavoro, immeritevole persino del cibo destinato a quelle bestie (Cfr. Lc 15,11-32; vedi approfondimento al link in basso).

A cosa ci invita Gesù? Di certo non a dosare amore e misericordia, ma semplicemente discernere la capacità di ogni persona di riuscire a portare il peso di un cammino di fede, comprenderne la bellezza e l’importanza, e a introdurlo, quindi, gradualmente secondo le sue capacità, con perseveranza e pazienza.

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LA REGOLA DEL CRISTIANO
Il tema della riscoperta della fraternità, come criterio fondamentale e imprescindibile per godere della grazia di Dio, sta ritornando più volte in questi giorni. Non si tratta certamente di un caso, visto che la Liturgia della Parola ci sta permettendo una lettura continuata del grande insegnamento di Gesù sulla montagna. Di cosa si tratta dunque? Di qualcosa che a Gesù sta davvero a cuore, per cui lo ripete in diversi modi e in più tempi, con la speranza che i suoi discepoli colgano il significato delle sue parole e possano tradurle in vita, in scelte concrete di autenticità di fede e relazioni fraterne.
L’esortazione, dunque, è la seguente

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Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti

Il concetto è semplice. Se con la dicitura di “Legge e i Profeti” ci si riferisce a tutta la rivelazione biblica fino al tempo di Gesù, quello che il Maestro sta dicendo è questo: tutto quello che Dio si aspetta da te è che tu ami il tuo prossimo e fai per lui quello che tu desidereresti che gli altri facciano per te. E che poi il prossimo corrisponda al tuo amore, questo è un altro paio di maniche, tanto che Gesù non lo prende nemmeno in considerazione. Egli, infatti, non pone le nostre relazioni all’interno di una logica commerciale, il dare e avere! Lo aveva affermato giusto poco prima, sia mai che lo avessimo dimenticato:

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Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,46-48).

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LA PORTA STRETTA
Solo nella misura in cui il cristiano avrà imparato a discernere tra ciò che è buono e male, tra santità e impurità, e avrà imparato che nella sua vita ha una sola regola alla quale attenersi, l’amore incondizionato per il prossimo, allora, e solo allora, sarà abile a trovare la porta stretta e a superarla, per accedere al Regno dei cieli. Rileggiamo:

Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!

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Cosa comporta questo spazio così angusto? Implica il farsi piccoli e minuti, il rifuggire l’ostentazione farisaica, di cui ha parlato poco prima:

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli.
Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipòcriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando pregate, non siate simili agli ipòcriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipòcriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà» (Mt 6,1-6.16-18).

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Ecco, dunque, tracciato l’identikit del vero discepolo, così come lo vuole Gesù, perché questi possa entrare nel Regno dei cieli: animo da bambino (capace di fiducia totale nel Padre), col capo chino (in segno di chi si presenta al cospetto di Dio in umiltà) e ginocchia flesse (in un atteggiamento di costante adorazione, proprio di chi vive sempre alla presenza di Dio). Contro l’ipocrisia pomposa e fasulla delle guide religiose dell’epoca, Gesù propone ai suoi discepoli un nuovo modus vivendi incentrato non sull’apparire, ma sull’essenzialità della vita e nel camminare nella verità, senza finzioni e senza paura di mostrare le proprie fragilità. Solo chi vive in questa maniera la sua fede, il suo discepolato, il suo essere all’interno della comunità può essere tra i pochi che trovano la porta stretta. Essa è per tutti, sotto gli occhi di tutti, ma per trovarla devi imparare ad abbassarti, non stancarti mai di cercarla, vivendo una vita in piena conformità a quella del maestro.

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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