Dalla pancia al cielo

Il titolo di questo articolo è in qualche modo la sintesi del messaggio di Gesù alle folle che lo seguivano, ed è in qualche modo la sua provocazione non solo per gli uomini che oltre 2000 anni fa lo seguivano, ma anche per gli uomini di tutte le epoche, per i cristiani che oggi si dicono praticanti, ma che faticano a sollevare lo sguardo: dalla pancia al cielo, appunto. Leggiamo, dunque, il brano del Vangelo:

In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (Gv 6,30-35).

Continua la lettura del sesto capitolo del Vangelo secondo Giovanni che la liturgia della Parola ci sta offrendo in questi giorni. Nel brano di ieri (Gv 6,22-29), Gesù, che si vedeva seguito dalle folle, con amarezza rivelava il motivo per cui la gente accorreva a lui:

«In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati» (Gv 6,26).

È una constatazione amara quella del Maestro, perché riconosce che chi lo segue non si muove alla fede nemmeno per i miracoli che vede compiere da lui, ma lo segue per avere sfamato il loro appetito basico: per aver piena la pancia. Tuttavia anche di fronte alla grettezza d’animo di alcuni suoi seguaci, Gesù non si scandalizza e, instancabilmente, continua ad esortare alla conversione, a un ritorno sincero a quella fede che non è solo dottrina, ma anche pratica: che impone, cioè, un cambiamento di vita, di adesione e conformazione alla sua vita. Ecco perché il brano del Vangelo di ieri si era concluso con una domanda dei discepoli a Gesù:

«Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?» (Gv 6,28).

È una domanda che il cristiano di ogni tempo deve quotidianamente porsi: come posso fare la volontà di Dio? Come la riconosco nella mia vita? E soprattutto: cosa posso fare per Dio, oggi? Se nella preghiera e nel discernimento personale (soprattutto grazie alla meditazione della Parola di Dio), impariamo a cogliere questo invito e questa esortazione di Cristo per noi, perché la nostra vita abbia davvero senso, è tuttavia nella quotidianità che riusciamo ad applicare concretamente questa conversione di vita. Infatti, alla domanda dei discepoli, Gesù non risponde con un grande discorso, con una teologia dogmatica o una filosofia astratta, ma spende giusto due parole perché ognuno comprenda che una sola cosa c’è da fare: credere in lui aderendo completamente alla sua vita.

Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (Gv 6,29).

Per Gesù la fede non è astrazione, ma vita vissuta, adesione alla sua persona, imitazione delle sue virtù. Si tratta, in ultima analisi, di abbracciare la sua causa che è la salvezza dell’intero genere umano.

Ecco, dunque, che all’interno di questo dialogo si situa il brano di questo martedì della terza settimana di Pasqua. Se gli interlocutori del Maestro fanno un continuo riferimento a ciò che è terreno, a ciò che passa, Gesù invita sempre ad andare oltre la materialità, il passeggero e ad elevare il cuore e lo sguardo al cielo, a quella vita vera ed eterna alla quale tutti siamo chiamati.

Le folle che lo avevano già visto moltiplicare i pani e i pesci (vedi anche il precedente articolo “La moltiplicazione dei pani e dei pesci“) e che lo avevano seguito perché aveva saziato la loro fame, riempito le loro pance, ecco che ora hanno già dimenticato quello che è accaduto poco prima e gli chiedono ancora il motivo per cui seguirlo. È, infatti, che con queste parole si apre il Vangelo di oggi:

In quel tempo, la folla disse a Gesù: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai?» (Gv 6,30).

Davvero siamo di fronte a un atteggiamento triste di queste persone: la loro è una memoria ingrata, gretta, inefficace. E perché si comprenda che Gesù non si propone come uno dei tanti guru della nostra società che pretendono di vendere ad ogni ogni costo la propria immagine, si rivela paziente con i suoi discepoli e, come un vero Maestro, indica loro la via della verità:

Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo» (Gv 6, 32-33).

Lì dove l’uomo vede nel suo simile la fonte della sua gioia, della sua sussistenza, Gesù invita a sollevare lo sguardo e a riconoscere come in realtà gli altri uomini, per quanto importanti, grandi e santi, non sono altro che mediatori dell’Unico, Dio Padre, in grado di permettere la sussistenza di ogni vita umana. Ed in effetti la manna giunse agli israeliti durante il loro esodo, dalla schiavitù egizia alla terra promessa, come frutto della provvidenza di quel Dio che ascoltò le mormorazioni del popolo contro Mosè e Aronne (Cfr. Es 16).

Agli uditori di Gesù che vengono riportati alla verità, il cuore pian piano si apre, ma ancora non comprendono appieno le parole del Maestro, per questo dicono:

Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane» (Gv 6,34).

Loro che già si erano saziati del pane e del pesce miracolosamente moltiplicati, ora vorrebbero non provare più i morsi della fame, grazie alla pioggia di una nuova manna dal cielo. Ed è grazie a questa loro minima apertura alla fede (riconoscono infatti che Gesù è il mediatore divino), che questi rivela il mistero della sua persona:

Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (Gv 6,35).

La fede è un cammino fatto di tante mete, successi, ma anche tanti fallimenti e inciampi. Guardando queste folle la cui unica preoccupazione è l’oggi, il riuscire a sbarcare il lunario, ad avere sempre la pancia piena e riuscire ad avere il minimo per cui stare bene, oggi siamo chiamati a riconoscere in loro, anche il nostro imperfetto cammino di fede. Non raramente, infatti, abbiamo, come loro, una memoria gretta e ingrata, incapace di riconoscere che quel Dio che ci ha risollevati in un momento di prova e che ci ha sempre tanto abbondantemente gratificati, ci sarà vicino benevolmente sempre anche quando la prova sembra troppo grande e la croce troppo pesante. Come quelle folle anche noi camminiamo con lo sguardo puntato in basso, sui nostri bisogni primari, sulle pance da sfamare, sul riuscire ad arrivare a fine mese, e su questa vita che volente o nolente è destinata a finire. E Gesù? Lui dall’alto dei cieli del nostro cuore, continua ad avere pazienza, a farci da Maestro, a condurci verso i sentieri di quella verità che riguarda la nostra vita e la nostra relazione con il Padre.

Oggi, allora, siamo chiamati ad accogliere la sfida di Cristo, siamo chiamati a sollevare lo sguardo, a tenerlo puntato verso il cielo: è da lì che proviene tutto ciò di cui abbiamo bisogno, è da lì solo che possiamo aspettarci la soluzione ai nostri mali, l’appagamento dei nostri desideri. È lì che si trova la nostra meta finale, la nostra casa e, infine, la nostra vera vita. Solo accogliendo questa sfida che oggi Cristo ci lancia potremo fare nostra la sua causa, e guardare i nostri fratelli con uno sguardo diverso, rinnovato, cristificato e avere pazienza con chi diffida di noi, con chi vede in noi solo qualcuno da cui scroccare del pane, dei favori, con chi non ci è vicino perché amico, ma perché ci mette alla prova e vuole qualcosa in cambio.

Ecco allora il senso di questo articolo, ecco la provocazione di Gesù per noi oggi: dalla pancia al cielo. È quello che Gesù in diverse circostanze ripete costantemente a tutti i suoi uditori: andare oltre, essere uomini e donne “dell’oltre”, che riconoscono che la nostra vera vita inizia con la morte e che è per l’eternità che dobbiamo accumulare tesori e non per questa vita.

19Non accumulate per voi tesori sulla terra, dove tarma e ruggine consumano e dove ladri scassìnano e rubano; 20accumulate invece per voi tesori in cielo, dove né tarma né ruggine consumano e dove ladri non scassìnano e non rubano. 21Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore (Mt 6,19-21)

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Pubblicato da P. Francesco M.

Conseguito il Baccellierato in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Lateranense col grado accademico di Summa cum Laude, ha ricoperto il ruolo di capo redattore della rivista Vita Carmelitana e responsabile dei contenuti del sito Vitacarmelitana.org. Si è occupato della pastorale giovanile di diverse comunità carmelitane, collaborando anche con la diocesi di Oppido-Mamertina Palmi di cui è stato membro dell'équipe per la pastorale giovanile diocesana e penitenziere. Parroco della parrocchia SS. Crocifisso di Taranto e Superiore del Santuario Maria SS.ma del monte Carmelo di Palmi, si è impegnato per la promozione della formazione del laicato promuovendo incontri di formazione biblica e spirituale. Collabora con l'Archivio Generale dell'Ordine Carmelitano e con il Centro studi Rosa Maria Serio, offrendo supporto per il materiale multimediale. Attualmente è Rettore del Santuario diocesano S. Angelo martire, di Licata (AG)

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